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Flusso di coscienza di Tito Faraci

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Dalla parte dei lettori

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Sarà che, prima di tutto, mi sento sempre un lettore. E quindi, prima di tutto, scrivo per il lettore che è in me, di cui ho un certo rispetto. Sarà per questo, anche per questo, che aderisco con convinzione ed entusiasmo al Libretto rosa di Finzioni. Un webmagazine che sta cambiando le regole del gioco.

Scaricate QUI e poi fateci una sana riflessione.

Commenti

Rifletto...e la prima cosa che mi viene in mente è che ti considero un ottimo artigiano, a tratti anche un artista...ed è per questo motivo che non mi passa nemmeno per la testa di sostituire il lettore che è in te con un lettore che è fuori da te. Un po' come se dicessi all'idraulico come si deve avvitare un tubo. Poi capisco che il discorso è più ampio ma mi pare che la massa non abbia e non avrà mai gli strumenti necessari per creare arte. Però può anche darsi che io sia troppo "deferente" nei confronti degli artisti e che non riesca a vedere l'imminente futuro in cui il popolo bue sarà sostituito dal popolo sapiens :)
Che bello: sostituisci "consumatore" a "lettore" e hai un opuscolo di Altroconsumo. La letteratura (ma è di questo che si parla?) sarebbe dunque un "servizio" che viene fornito secondo le specifiche del cliente - come si dice da queste parti, "guadagno, pago, pretendo". E quel fesso di Sartre, per il quale il patto fra lettore e autore stava nella reciproca cessione di libertà… A quando i gruppi di acquisto condominiali per i romanzi? In conclusione, poche idee espresse male e tanta demagogia (inconsapevole, temo), il tutto condito dall'italianissimo sale del disprezzo per la scuola e per gli insegnanti- no, io non sono un'insegnante. Posso sapere da che cosa derivano la tua convinzione e il tuo entusiasmo?
@Annarita credo tu abbia travisato il senso di tutto il libretto. L'idea fondante è questa: riportare il ruolo del lettore e della comunità dei lettori in cima e non in fondo alla piramide editoriale e culturale. Soprattutto oggi, grazie a internet, i lettori hanno finalmente una voce pubblica e luoghi virtuali dove esprimersi, discutere tra loro e creare comunità. E' un diritto che vogliamo e dobbiamo prenderci. D'altra parte, se ci pensi, la questione è questa: gli scrittori scrivono per essere letti, gli editori pubblicano per fare leggere, i critici e i recensori (quelli che si dicono tali) partono dalla propria lettura per arrivare a convincere altri a leggere. Tutto gravita intorno alla lettura, in poche parole. Ciò nonostante, questo circolo di figure ha sempre tenuto fuori chi ne sostiene l’esistenza stessa: i lettori. Questo è l’enorme paradosso della storia della lett(erat)ura: i suoi veri protagonisti ne sono estromessi. La letteratura non è un "servizio" fornito secondo le specifiche del lettore/cliente. La letteratura è un processo culturale che si forma, prolifera e si valorizza nell'incontro con i lettori, che hanno tutto il diritto di deciderne la legittimità. Non vedo come questa idea possa portare a un ragionamento consumistico o al "guadagno pago pretendo". Non stiamo parlando di soldi, non stiamo parlando di comprare i libri. Stiamo parlando della necessità di riportare i lettori al centro del processo editoriale, in quanto naturali destinatari e giudici. Non mi esprimo, ovviamente, sulla critica alle poche idee espresse male!
Voi pretendete che nella relazione fra chi scrive e chi legge vigano le regole della democrazia, che lo scambio sia paritario, anzi, insisto: che chi legge abbia non solo dei diriti, ma delle rivendicazioni da accampare (quello che mi dici, Jacopo, e ti ringrazio dell'attenzione e della pazienza, non mi sembra spostare di uno iota i termini della questione, e l'articolo che mi riporti non è che un capitolo del vostro manifesto, fra l'altro dal titolo sintomatico, a dire poco: "Il lettore ha sempre ragione", cioècome a a dire - guarda caso! - "il cliente ha sempre ragione"). Il rapporto fra chi scrive e chi legge è irrimediabilmente squilibrato: è un rapporto "one up-one down", per forza di cose, ma è un rapporto al quale nessuno ha l'obbligo di sottoporsi. Voi confondete un dato di fatto, pragmatico, cioè che il successo o la sopravvivenza di un'opera letteraria dipenda dai lettori, con un dato ontologico, cioè che il lettore sia a pieno titolo coautore del libro. Lo è, entro certi limiti, come ha spiegato fino all'eccesso la semiotica del testo letterario (pratica che voi considererete certamente parassitaria), per l'attività interpretativa della lettura; ma quest'attivtà si applica sempre a un qualche cosa, a un oggetto, che prima che qualcuno lo scrivesse non c'era, e senza il quale il lettore non avrebbe a che applicarsi. Ma poi, scusami, veniamo sul pratico. Ammettiamo che io e un nutrito gruppo di miei sodali lettori non si sia soddisfatti delle sceneggiature di Tito Faraci: come possiamo rivalerci? E lui, per essere "democratico", come dovrebbe rispondere? La democrazia è una cosa preziosa in tanti ambiti del vivere sociale; ma la letteratura non è un fenomeno sociale (lo è la sua fruizione; in questo senso, è anche un fenomeno economico). La democrazia non si applica a tutto; volerlo fare è un'ngenuità che in passato a condotto a disastri, alle qualifiche di "arte degenerata" e ai premi sovietici per l'Artista del Popolo (premio Stalin, credo si chiamasse). Ciao e grazie per l'interessante discussione. Aspetto sempre di sentire il parere del nostro gentile ospite, se vorrà.
Da un altrui computer, prendo la parola al volo per scusarmi con Annarita e ringraziare Jacopo. Con la prima, perché sono in giro e non riesco a intervenire usando il blackberry (carenza mia, suppongo). Con il secondo, perché ha risposto per sé, ma un po' anche per me, dato che la vedo come lui. A ogni modo, una gran bella discussione. A dopo. Mi spiace essere un padrone di casa assente.
Anzitutto l’equivalenza tra lettore e cliente è una tua scelta arbitraria, che non traspare e non vuole trasparire dalle nostre idee. Chi legge ha dei diritti non in quanto consumatore di libri, ma in quanto ruolo attivo nella creazione di immaginari letterari e culturali. Non si parla solo e tanto di successo economico, quanto di qualità e valore di un’opera culturale. La semiotica del testo letterario, poi, per andare sullo specifico, non è UNA semiotica. C’è quella generativa/strutturalista/greimasiana o come ti pare che dice una cosa (esiste un sistema di regole predefinite, come lo schema narrativo canonico, che imbriglia la comprensione del testo all’interno del proprio sistema di codici) e quella interpretativa di Peirce prima e Umberto Eco poi che parla di inferenze, di ruolo attivo dell’interpretazione eccetera. Posto che noi tendiamo apertamente verso la seconda, l’idea di lettura creativa è proprio questa: la lettura è un processo attivo di fruizione, in un certo senso è leggendo un libro che lo “creo”, che lo rendo “letteratura”, che gli conferisco identità, valore e magari conseguentemente (ma non congiunturalmente) successo di vendite. E’ ovvio e banale che senza libri non esistono lettori, ma è altrettanto vero che senza lettori non esistono libri. E invece di fare il gioco dell’uovo e della gallina, proviamo a studiare le dinamiche, dargli una spiegazione e auspicare un miglioramento delle stesse. La letteratura è un fenomeno sociale nel momento in cui la si definisce, come noi facciamo, come l’insieme dei discorsi dei lettori sui libri. Io non trovo una definizione migliore di questa. E chiudiamo sul pratico: se non siete soddisfatti delle sceneggiature di tito faraci non è un problema di tito faraci, tito faraci non è tenuto a spiegare le sue scelte e voi non siete tenuti ad ascoltarlo. E’ un problema della sceneggiatura in sé. E non c’è nulla per cui rivalersi: tu e i tuoi sodali lettori vi farete un’idea, la discuterete, vi aprirete ad altri commenti e opinioni diversi e contradditori, spiegherete le motivazioni per cui non vi piace e ascolterete le motivazioni di chi, in realtà, è piaciuto. Ed è QUESTA la dinamica che crea la letteratura. Se poi la sceneggiatura non piace proprio a nessuno, verrà senza problemi e senza patemi accantonata. Non vedo né il problema, né la confusione ontologica. Ciao e grazie a te! Ci vogliono queste discussioni, anzi ti invito a spostare il tutto sul nostro sito, di modo da poter dialogare non solo in due ma con tanti altri.
E il rapporto non è tra chi scrive e chi legge, tutto il senso del libretto è proprio qui! Il rapporto è tra il libro e chi lo legge e tra i lettori come comunità.
Sempre al volo... Si chiede: "Ma poi, scusami, veniamo sul pratico. Ammettiamo che io e un nutrito gruppo di miei sodali lettori non si sia soddisfatti delle sceneggiature di Tito Faraci: come possiamo rivalerci? E lui, per essere "democratico", come dovrebbe rispondere?" Il lettore si può rivalere non comprando più i miei fumetti. Il gioco è fatto. Peraltro, io come autore preferisco fare felice molto pochi che farne felici poco molti. Ma non è questo il punto. E non è il punto neanche cosa devo rispondere io. Non devo rispondere proprio niente. Mi sembra che, per una volta, qui si stia parlando del rapporto fra libro e lettore. Da cui possiamo tagliare fuori l'autore. Peraltro, a me le campagne per i diritti dei consumatori non stanno affatto antipatiche. Per dirla alla Tex Willer, a me pare che il libretto rosa sia pieno di "puro buonsenso". Discorsii anche semplici, dove semplicità non è sinonimo di semplicismo, ma di chiarezza e purezza. Poi mi chiedo: perché va spesso a finire che quando uno dice cose semplici, immediate e universalmente condivisibili, poi qualcun altro lo accusa di demagogia o qualunquismo? Il mio entusiasmo è verso un discorso, un progetto che (ri)porta in cima alla "catena alimentare" il lettore. È un punto di partenza importante. Di partenza e, in un certo senso, già anche di arrivo.
Questa discussione è paradigmatica. Al posto di scrivere libri belli così che poi la gente li legga, ci concentriamo non sul "rapporto tra chi scrive e chi legge", ma "tra il libro e chi lo legge e tra i lettori come comunità".
Il lettore si può rivalere non comprando più i miei fumetti. Il gioco è fatto. Eh beh, e allora? Che cosa c'è di nuovo? Serviva un manifesto, un libretto rosa per affermare un'ovvietà simile? Peraltro, a me le campagne per i diritti dei consumatori non stanno affatto antipatiche. Oh, allora di consumatori e di campagna per i loro diritti si tratta. Alla fine ci siamo arrivati. IL cliente ha sempre ragione. perché va spesso a finire che quando uno dice cose semplici, immediate e universalmente condivisibili, poi qualcun altro lo accusa di demagogia o qualunquismo? Se qualcuno lo 'accusa' di qualcosa, evidentemente non sono universalmente condivisibili.
@segaiolo l'argomento è talmente vasto che c'è posto sia per discutere sui libri belli e brutti, sia per discutere sulle dinamiche culturali che stanno alla base, sia per scegliere nickname meno allusivi!
@annarita non serviva un manifesto per affermare un'ovvietà simile. Il libretto rosa non tratta questo argomento, Tito l'ha tirato fuori in risposta alla tua domanda! E, ancora una volta, non si tratta di consumatori e di campagna per i loro diritti. Per il resto poi risponderà il nostro ospite, ché sono cose rivolte a lui!
Capita, fatalmente, che le discussioni più accalorate vadano soggette a una forza centrifuga che le sospinge lontano dal loro nucleo. Riflettevo su questo, Annarita, leggendo le tue repliche alle mie risposte. Per esempio: "Eh beh, e allora? Che cosa c'è di nuovo? Serviva un manifesto, un libretto rosa per affermare un'ovvietà simile?" Ma, scusa, che dici? Che c'entra? Ho solo risposto a una tua domanda. Ho mai detto che quello fosse il senso del libretto rosa? Ma anche: "Oh, allora di consumatori e di campagna per i loro diritti si tratta. Alla fine ci siamo arrivati. IL cliente ha sempre ragione." Annarita, abbi pazienza, tu hai usato come termine di paragone negativo le campagne per la difesa dei consumatori. A me è parsa una scelta infelice, e te l'ho detto. Non partire, ti prego, da questo per la tangente. Inoltre, a mio modo di vedere, un conto è "accusare" la sostanza di un'affermazione. Altro conto affermare che, essendo troppo logica e ovvia, non ha alcun valore ed è qualunquista.
Ma qual è il senso del libretto rosa? Io, e giuro che non lo dico per spirito di contraddizione, non l'ho mica capito. Per questo chiedevo a te, che te ne sei detto convinto e addirittura entusiasta.
Dato ontologico? Dato ontologico??? DATO ONTOLOGICO???? Non mi si parli di ontologia! Si vada a parlare con il prof. Heidegger di ontologia, non con me!!! (cit.) [citational sarcasm mode on] Io quando sento la parola ontologia metto mano alla mia pistola. [citational sarcasm mode off] No, sul serio: c'è davvero ancora qualcuno che crede all'ontologia quando TUTTO IL NOVECENTO l'ha seppellita? E poi questo che significa: "Voi confondete un dato di fatto, pragmatico, cioè che il successo o la sopravvivenza di un'opera letteraria dipenda dai lettori, con un dato ontologico, cioè che il lettore sia a pieno titolo coautore del libro"??? 1) Qualcuno mi spieghi la differenza tra un dato di fatto (per di più *pragmatico*, sic!) e un sedicente "dato ontologico"... 2) E il dato ontologico quale sarebbe, il fatto che il lettore sia coautore di un testo *fino a un certo punto*? Questa cos'è, ermeneutica for dummies? Noto che certe incrostazioni culturali sono dure a morire. Non vedere la natura (nonché la funzione) sociale della letteratura e rimanere attaccati a una concezione *autoritaria* e per l'appunto ontologica dell'autorialità significa essere rimasti all'Ottocento, davvero. Ma io non ci sto, Foucault non è morto invano! un sorriso! :D
Sono pigro, confesso, e allora faccio taglia e incolla: Il mio entusiasmo è verso un discorso, un progetto che (ri)porta in cima alla "catena alimentare" il lettore. È un punto di partenza importante. Di partenza e, in un certo senso, già anche di arrivo. Bene. Detto questo... Detto questo, io consiglio a chi stesse seguendo questa discussione, di andare a scaricarsi il Libretto rosa. È tutto lì. Non è una cosa che vada sbrogliata, tradotta, semplificata. Perché quel mio entusiasmo nasce anche dalla semplicità e dalla schiettezza dell'approccio.
Mh. Un po' poco per un convinto entusiasta. Detto questo, io consiglio a chi stesse seguendo questa discussione, di andare a scaricarsi il Libretto rosa. È tutto lì. Non è una cosa che vada sbrogliata, tradotta, semplificata Nice pitch, but no sale… Ciao
A te sembra poco, a me no. Però c'è un problema: stiamo parlando del MIO entusiasmo. Credo di saperlo ancora riconoscere, quando mi capita di provarlo. Se pensi però che io sia in malafede, accomodati. Accomodati fuori di qui, intendo. (Quanto al consiglio, se qualcuno vuole capire questa discussione, gli conviene almeno dare un'occhiata all'oggetto in questione.)
Ah, un'altra domandina: come si fa a parlare di semiotica del testo quando tutto ciò che si fa è anteporre il proprio pregiudizio al testo stesso? Vincolarlo a *una sola* lettura, esclusiva, invasiva, che non accetta ulteriori interpretazioni. Se il Libretto altro non fosse (e certo non lo è) che puro marketing, sarebbe decisamente più aperto, tollerante ed inclusivo di certe visioni. Ah, s'addice però un ringraziamento: i gruppi d'acquisto condominiali sono un'idea geniale! Questa sì che è letteratura popolare! :D
-- Questa cos'è, ermeneutica for dummies? -- Capirai, cerco di farmi capire dal mio pubblico. -- Non vedere la natura (nonché la funzione) sociale della letteratura e rimanere attaccati a una concezione *autoritaria* e per l'appunto ontologica dell'autorialità significa essere rimasti all'Ottocento, davvero. Ma io non ci sto, Foucault non è morto invano!-- Accipicchia. Auguri. Fammi sapere poi com'è andata.
-- A te sembra poco, a me no. Però c'è un problema: stiamo parlando del MIO entusiasmo. -- Per carità: ti ho chiesto di motivarlo, non lo vuoi fare. Ma fa niente, non me la prendo. Ciao
Ah, scusa: -- Se pensi però che io sia in malafede -- Non farmi torto, non l'ho pensato nemmeno per un momento, e perché mai? Penso però che il tuo professato entusiasmo sia confuso e superficiale, tant'è che non ne sai rendere ragione.
Il libretto rosa è lì. Potete scaricarvelo e leggervelo, se vi interessa. Io ho spiegato che entusiasma il lettore che è in me e, di conseguenza, l'autore. Non ritengo servano altre spiegazioni, oltre a quelle che già ho dato. Dovrei forse fare una parafrasi di quanto scritto nel libretto stesso? Perché sarei confuso e superficiale? Peccato, questa discussione aveva avuto un momento di interesse e civiltà. Chi mi segue sa che questi toni non li accetto.
Ma, tornando sul "pratico", che mi si addice più che il teorico, credo si possa affermare che ci sono parecchie cose condivisibili nel libretto. A cominciare dalla condanna degli inutili e dannosi drm et similia. Poi se si vuole anche discutere di lettore implicito ed esplicito niente di male, eh. :) Rimango però dell 'idea che la massa dei lettori non può in alcun modo essere "indirizzata" o democraticamente organizzata. Alla fine c'è il "rischio" che solo una elite di lettori, dotati degli strumenti necessari, possa "determinare il valore di un'opera", a meno di decidere che il valore è proporzionale al numero di lettori e alla fruibilità dell'opera stessa :)
Io credo che la divisione tra 'lettore' e 'cliente' sia una sciocchezza, che di solito qualifica cattivi scrittori e lettori che amano di più l'aura dei libri che i libri stessi. La fiction è un atto comunicativo rivolto a qualcuno. Se non scrivi 'per' un pubblico, non pubblicare - scrivi il tuo diario, tienilo in cameretta, e bella lì. Nel momento in cui scrivi 'per' un pubblico, scrivi perchè un pubblico ti compri e ti legga. Ancora una volta, niente di male, anzi. Il lettore ti compra, il lettore è un tuo cliente. Comunicare qualcosa al lettore, dargli piacere (un piacere fisico, intellettuale, qualcosa) è un tuo preciso compito. Non è facile, non lo è per niente. Molto più facile è rifugiarsi dietro idee artistiche, teoriche, astratte, e scrivere alla cazzo di cane chè tanto è arte. Se un falegname si sforza di fare belle sedie, e di venderle bene, gli dicono che è un mastro artigiano. Se uno scrittore si sforza di fare bei libri, e di venderli bene, gli dicono che è uno stronzo. Ma perchè? Io vado ancora oltre il libretto rosa: io credo che il lettore sia un consumatore, e credo non ci sia niente di meglio di questo. Se un mio libro fa passare una bella serata a un tizio che ha passato un'orrida giornata in un ufficio, ho svolto la mia funzione. Per scrivere serve un minimo di empatia, di generosità; serve il desiderio di non guardare la lanugine nel proprio ombelico e desiderare sollevare un po' le spalle di chi ti sta intorno. Poi, è vero che il cliente non ha 'sempre' ragione in assoluto. Nel senso che un bravo scrittore deve sapere meglio del lettore che cosa il lettore vuole - chiunque abbia fatto il master in un gdr, o scritto narrativa, sa che se dai ai lettori/giocatori quello che 'pensano' di volere, loro... si annoiano. Ma il fatto resta: scrivi per un pubblico, e finchè il denaro esiste, quel pubblico mostra apprezzamento comprando il tuo libro, parlandone, piratandolo, facendolo comprare agli amici. Scrivi per dei consumatori - e dire che questo è 'consumismo' vuol dire, semplicemente, non avere una chiara idea di come la lingua italiana funzioni. Che poi, basterebbe rileggersi Morin, ma non voglio invischiarmi nelle citazioni più o meno colte, che di solito quando si comincia, si prende una pessima china...
"sa che se dai ai lettori/giocatori quello che 'pensano' di volere, loro... si annoiano" Esatto! :)
Beh, voglio concludere anch'io con una sintesi, soprattutto perché piccata dai modi molto cafoni di "Francesco": che un lettore abbia, non da aspettarsi, ma da PRETENDERE qualcosa da uno scrittore, e che costui abbia "una funzione da svolgere", e cioè il PRECISO COMPITO di svagare il lettore dopo una giornataccia in ufficio, mi pare una fesseria molto triste. Sarà che non ho fatto un "master in un gdr" (?).
Annarita: ho detto, testualmente, "il master in un gdr". Se non sai cosa significa (ed è normale, è una terminologia di nicchia), c'è l'oracolo Google che in un istante te lo svela. Poi, tra 'far passare una bella serata', come ho scritto io, e 'svagare', come hai scritto tu, c'è un oceano di significato in mezzo. Ma vabbè, lasciamo perdere.