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Flusso di coscienza di Tito Faraci

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Del non diritto di pubblicare

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Sulla faccenda dell'editoria a pagamento, QUI Michela Murgia ha voluto metterci una bella pietra tombale. Anche se non basterà a chiudere il discorso, anzi. Come dimostra, in coda, l'aggiornamento del primo mattino.

"Tutti hanno diritto di scrivere, ma non esiste il diritto di pubblicare." Mi sembra che il cuore della questione sia questo. (Il che potrebbe aprire un altro discorso, riguardo a un certo sottomondo del fumetto. Se fossi un vero duro, come la Murgia, forse ve lo farei.)

Commenti

Sono molto d'accordo con quanto ha scritto Michela. Comunque il fatto stesso che si debba discutere di certe cose è motivo di preoccupazione. :(
Non esiste il diritto alla pubblicazione, ma riconosco il diritto all’indignazione da parte dei non-pubblicati nel constatare che il livello medio dei pubblicati è circa quello dei pubblicati-a-pagamento e che gli editori di narrativa hanno cessato da un pezzo di fare cultura. Se gli editori di narrativa stanno portando a perdita molti anticipi rinunciando a pubblicare i libri, la crisi c’entra fino a un certo punto.
Tutto giusto, per carità, il ragionamento di Murgia. Sappiamo come funziona il mondo tristanzuolo e squallidino dell'EAP. Sottolineo solo che trovo un po' eccessivo questo bastonare il tizio che ha pagato per essere pubblicato, dimenticandosi di quello che ha intascato per pubblicare. È un po' come prendersela con il tossico e dimenticarsi del pusher. So che Murgia conduce da tempo una certa battaglia per fare aprire gli occhi davanti ai sedicenti editori a un tanto al chilo. In questo caso, però, ci ho visto quel cicìn di spocchia che, talvolta, spinge lo scrittore (o il fumettista) pubblicato e pagato a deridere chi, convinto d'essere incompreso genio, ha staccato un assegno pur di vedere il proprio nome stampato in copertina. Altro non saprei dire. È una discussione, alla finfine, un po' noiosetta.
Nota a margine. Ho scoperto che in inglese si dice "vanity press". A ogni modo, la Murgia contro quegli editori aveva già dato. Secondo me questa sua aspra puntualizzazione, nei confronti di un certo tipo di autore, ha una sua buona ragione.
ok, tutte giuste e belle le questioni di principio, mi sembra che non facciano una grinza. Proviamo allora a forzare il ragionamento: cosa diremmo se qualcuno decidesse di autofinanziare la sua opera ed avesse uno strepitoso successo di vendite? Si liquiderebbe il caso come fortuito? O con un superficiale 'buon per lui'? 'L'eccezione che conferma la regola'? O si chioserebbe che avrebbe certo testato poche o inette case editrici? Mi sembra che qui ci sia il rischio di ricadere nella 'dietrologia'. Non dimentichiamo che la storia vien sempre fatta da chi vince. Saluti
Chi si autofinanzia non può avere uno strepitoso successo, semplicemente perchè non ha i soldi per stampare le necessarie copie. Può però essere notato da una grande casa editrice. Si può però discutere di chi è stato rifiutato dagli editori e ha messo il suo ebook su Amazon, diventando milionario. Però in questi casi ci si mette al di fuori di tutto il sistema editoriale. Senza troppe lamentele e senza alcun esborso si "tirano fuori le palle" e ci si mette in gioco. Alla luce di questo chi spende soldi per "farsi pubblicare" ci appare ancora più...vabbè, uso un eufemismo, diciamo ingenuo.
Aggiungo che non è solo questione di opportunità e di soddisfazione dell' ego. Come in tutte le cose bisogna anche prendere in considerazione l'aspetto etico. Quando si sceglie un "sistema" bisognerebbe considerare se esso è cosa buona o cattiva. Per fare un esempio, se faccio il palo durante una rapina mi rendo complice dei rapinatori. Ovviamente l' esempio è certamente "esagerato", allo scopo di farmi meglio comprendere. ;)
Forse non sarà sempre sempre sempre soddisfazione dell'ego. Diciamo che arrivare a pagare uno stampatore (perché quelli non sono editori: sono tipografi) rappresenta nel 99,99 per cento dei casi il cedimento a un'urgenza infantile - potremmo dire “anale” - di autoaffermazione del sé. La domanda che l'aspirante scrittore farebbe bene a porsi è, forse: Perché mai dovrebbe interessarmi il giudizio altrui? È una domanda meno stupida di quanto possa sembrare. Sospetto che uno scrittore che tale vuole essere dell'altrui parere può anche fare a meno. Quella è una faccenda che preoccuperà il suo editore, caso mai. Ma anche questo è un mio parere.
Discorso interessante, Fausto, anche se un po' laterale rispetto allo spunto di partenza. In base alla mia esperienza (nonché con un minimo di autoanalisi), molti autori hanno un'irrefrenabile curiosità verso l'opinione dei lettori, desidererebbero saperli tutti e sempre soddisfatti, alcuni addirittura intervengono in forum e cose del genere (io, almeno, questo "vizio" me lo sono levato, sperando di non ricaderci)... ... però poi, quando scrivono, sono sempre soli con se stessi. A soddisfare un proprio bisogno, a fare uscire qualcosa che hanno dentro. E allora vanità e ricerca di approvazione c'entrano ben poco. Per fortuna. E poi si scrive (anche) per professione, per pagarci il mutuo. E in ciò non c'è nulla di svilente, anzi. Ma adesso sono io a divagare. Un'altra volta, magari, ne parliamo.
Comprendo l'astio della Murgia, è ovvio. Chi non ha incontrato sedicenti scrittori che hanno pubblicato a pagamento e che sono convinti che il sole sorga ogni mattina direttamente dal loro didietro? Ma, per essere del tutto obbiettivi, ci sono anche tante persone che pubblicano a pagamento che non sono in grado di impaginare da soli il loro libro e che lo fanno stampare per distribuirlo ad amici e parenti, senza alcuna velleità altra. E, sempre per essere del tutto obbiettivi, sono la maggioranza. Non si considerano autori e il loro lavoro è giustappunto equiparabile a quello della vicina di casa che appiccica le conchiglie sui posacenere. Alcune volte chi scrive per mestiere diventa anche un po' troppo sprezzante, forse. Ma questa è un'opinione mia.
"hai costretto il libraio a occupare con il tuo scritto uno spazio prezioso e scarso". Ma perché quando pubblicano i libri di Bruno Vespa certi dubbi non se li pongono?
E' quel che dico anch'io. :)
Il paragone con Vespa però non calza: un autore che pubblica con un editore a pagamento non è distribuito praticamente per niente, perchè l'editore ha già incassato e non ha nessun interesse a promuoverlo o a spendere quei soldi pagando un distributore anche piccolo. I libri di Vespa invece godono di tutti i privilegi della vastissima popolarità di un personaggio mediatico supino al potere, e hanno le porte della piccola e grande distribuzione completamente spalancate.
ciò non toglie che, nel migliore dei casi, l'autore che ha pubblicato a pagamento, nel migliore dei casi, della libreria occuperà giusto un angolino mentre Vespa occuperà un intero reparto, o anche più, la maggior parte del quale a sproposito.
Però, se Ruju è il terzo per pagine pubblicate dalla Bonelli nel 2011, c'è qualcosa che non va.
Facciamo che questa non l'ho capita, Hytok. Pasquale è un collega che stimo molto, oltre che un caro amico.
Nel rispetto della tua posizione, Tito, non approfondisco.