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Flusso di coscienza di Tito Faraci

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Mai fare una domanda, se la risposta potrebbe non piacerti

Megafono

Di ritorno da Scrittorincittà, mi sento stanco e felice. Quattro giorni in un ambiente in cui comincio a trovarmi a mio agio, ma che per me è ancora nuovo e sorprendente. Incontri affollati, gente simpatica, chiacchiere stimolanti, ospitalità perfetta e qualche idea per il futuro. Cuneo, poi, è stata una gran bella sorpresa. 

Solo, mi è rimasta una domanda in testa che mi tormenta (ripensando anche al Festival della letteratura di Mantova, un anno fa).

Com'è che, ai festival di fumetti, gli autori parlano di fumetti… e, in quelli letterari, gli scrittori parlano del mondo?

 

Commenti

Posso azzardare? di recente ho letto una rivista a fumetti autoprodotta. C'erano anche delle interviste ad autori più o meno noti e ricalcavano quelle dei magazine di settore...la passione per il fumetto, a chi ti ispiri, metodi di lavoro, consigli per fare questo mestiere, ecc. Nessuna domanda che spaziasse oltre il fumetto. Sembra quindi che l'abitudine la prendono da giovani, gli intervistatori a fare quel tipo di domande e gli autori a rispondere solo a quelle. E il pubblico che si presenta alle mostre di fumetto finisce con l'adeguarvisi perché la stessa conduzione di interviste e tavole rotonde si ferma a quel tipo di domande. Tra gli scrittori no. Gli scrittori sono abituati a parlare delle loro cose come interpretazione della realtà e vengono anche stimolati, sia dalla stampa ma soprattutto dal pubblico a parlare di altre realtà, sia la crisi del capitalismo, la primavera araba o il cambio di governo. In quelle occasione, anche chi fa fumetti subisce quel tipo di approccio. C'è poi da aggiungere una cosa. Spesso i fumettisti non amano parlare male dei loro stessi colleghi. Gli scrittori invece, sembrano goderci. Ce ne sono tanti, tra coloro che fanno fumetti che piuttosto che parlare male di qualcuno cerchino di glissare e concentrarsi su chi apprezzano. Può sembrare una cosa positiva, magari lo è. Però come dire...è inutile che io chieda qualcosa sul mondo a chi già non vuole parlarmi del suo vicino di casa.
Per me la risposta è parzialmente che il fumetto è molto più "fanatico". Mi spiego: a parte rari casi tipo Tolkien o Harry Potter non sono tanti i libri o gli scrittori che hanno una nutrita schiera di fan che si ritrova online a parlare dei loro eroi o che comunque è quello che, appunto, si potrebbe definire un "Fanatic". Invece nel fumetto questa è quasi la norma, almeno tra certi lettori (gli stessi che tu qualche post fa dicevi non essere significativi del pubblico totale), che però poi sono gli stessi che leggono (E fanno) le interviste e che vanno agli incontri. Insomma per certi versi il fumetto è più vicino alla Musica come tipo di Fans che non alla letteratura, da quel che vedo in giro
-- Com'è che, ai festival di fumetti, gli autori parlano di fumetti... e, in quelli letterari, gli scrittori parlano del mondo? -- Perché la letteratura è di per sé un campo ben più vasto e più profondo del fumetto (almeno per il momento), anche se dirlo è poco 'fashionable'. Di conseguenza, perché gli scrittori e i loro lettori (quasi tutti) leggono libri, e i fumettisti e i loro lettori (quasi tutti), no, o poco. E fino a oggi - domani non si sa - la visione del mondo si è articolata attraverso i libri.
"perché gli scrittori e i loro lettori (quasi tutti) leggono libri, e i fumettisti e i loro lettori (quasi tutti), no, o poco." Sui lettori può anche darsi che tu abbia ragione, sui fumettisti - se parliamo di sceneggiatori - penso proprio di no.
Sui lettori dissento. Può valere, forse, per quelli in fissa con un solo genere o con una sola testata preferita, del tipo legge solo Dylan Dog o il genere supereroistico. Ma se sei abituato a spaziare tra i fumetti finisci per farlo anche nella letteratura. Per quanto riguarda gli autori ho notato invece che nei fumetti, sono i professionisti a dire spesso di non leggere molti fumetti. Tra gli scrittori invece è più frequente siano i dilettanti a non leggere altri autori, giustificandosi con il tempo limitato a loro disposizione. In pratica essendo dilettanti per vivere fanno altri mestieri e quindi il tempo che avanza è limitato e dicono, impone loro una scelta: o leggo o scrivo. Però, boh, non mi hai hai convinto del tutto come risposta.
In parte concordo con Lorenzo. A quanto ho visto io, alle presentazioni dei fumetti - o ad intervistare un autore - va sempre gente abbastanza preparata sul tema: conosce bene il medium, l'autore e il suo stile, e ha domande precise da fare. Nella letteratura il campo è molto più vasto, e le domande sono più vaghe. Sui massimi sistemi, appunto. La stessa cosa l'ho vista riguardo ai film d'animazione: a Lucca c'è stata la prima di un film dello studio Ghibli, e le domande fatte sono state molto circostanziali ("perchè quel doppiaggio?", "quale influenza ha avuto Miyazaki nello studio?" etc.); all'incontro con John Lasseter (pixar) qui a Milano invece eravamo metà del mondo, e le domande sono state molto più vaghe: del tipo "l'animazione digitale potrà mai sostituire la magia del disegno a mano" etc. Nessuno che abbia chiesto qualcosa di specifico. Poi c'è anche il problema di interpretazione: non tutti sono capaci/abituati a leggere a fondo un fumetto, e capire che dietro la prima storia c'è un significato più profondo, esattamente come nella letteratura. (in realtà, c'è solo nei BUONI libri e nei BUONI fumetti. ma di questo parlavamo, no?)
no, tito. quando li conosci meglio, ti accorgi che parlano di premi letterari. in pratica tutto il tempo. gli unici che non le parlano sono quelli che li hanno già vinti tutti e gli sprovveduti (tipo me).
La risposta che non ti piace è questa: perché i lettori di fumetti sono di media troppo distratti per asociare il fumetto a qualcosa di intellettualmente interessante e perché i fumettari spesso non sanno perché fanno quello che fanno. Sono tutti nossi dalla "passione" e tanto basta. Sgradevole ma vero.