Quando finisco il lavoro "normale" e ho la coscienza a posto, se non sono troppo stanco, riattacco con il romanzo. Mia moglie dice che forse è quello a darmi le palpitazioni, ma non è vero. Non credo. Ho un contratto, ma il giorno della consegna è ancora (abbastanza) lontano. Nessuno mi insegue con il fiato sul collo, nessun disegnatore ha bisogno di essere rifornito costantemente. Niente stress.
E poi io sono un trattore. Non corro, però non mi fermo.
È strano come questo tipo di scrittura, per me in fondo nuova, riesca a essere assieme faticosa e rilassante. Ed è strano come il romanzo proceda un po' allungandosi e un po' gonfiandosi. Da un certo punto in poi, ha cominciato a essere un cantiere sempre aperto. Ogni tanto mi metto all'opera su un nuovo piano, alzando il palazzo. E ogni tanto torno giù, ad aggiungere mattoni, fino alle fondamenta.
Vado dentro, e mi chino a scartavetrare una frase. A cercare un parola. Poi esco e indietreggio, per dare un'occhiata all'insieme da lontano. Per controllare che il palazzo stia in piedi. Sapendo che a reggere un edificio non sono le rifiniture dei bagni, ma le fondamenta e le colonne portanti. Non le belle frasi, ma la trama e i personaggi. A fare i fumetti, quei fumetti che faccio io, qualcosa lo avrò pure imparato. Scrivere un romanzo è un'altra cosa, lo so, difficile per chi è alle prime armi, e spesso ho paura di far(mi) male.
Ma una storia è sempre una storia.
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Commenti
Hytok 05/set/2010 14:45:27
Giuseppe 05/set/2010 19:05:34
Tito Faraci 05/set/2010 21:14:52
mauro 06/set/2010 16:36:07
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