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Il futuro non è più quello di una volta

Goulart
 

Ho letto il mio primo Urania a nove anni, durante una vacanza estiva. Era il 1974. Un colpo di fulmine e poi un lungo amore, durato per i dieci anni successivi. Qualcosa che non ho mai scordato, che mi è rimasto dentro. Ogni quattordici giorni (per un periodo, addirittura ogni settimana) correvo in edicola e, a casa, divoravo quei libri, capaci di offrirmi sempre almeno un'idea, un guizzo, qualcosa su cui farmi delle lunghe pensate. Ne valeva sempre la pena, che gli autori fossero Asimov, Vance,Tubb, Anderson, Goulart (che spasso)...

Credo di avere imparato moltissimo. Ho messo grano in cascina. Cose che mi servono anche adesso, perfino più spesso di quanto mi sembri. 

Ma dopo quegli anni qualcosa è cambiato. E oggi mi è difficile trovare un Urania che mi dia ancora qualcuna di quelle cose. Che me ne dia di nuove. 

Non credo che la colpa, se di "colpa" si può parlare, sia del valido ed esperto curatore Giuseppe Lippi. Forse il problema è mio: ho perso una parte della capacità di stupirmi, forse ho gusti più difficili. Ma mi pare che sia successo qualcosa anche o soprattutto alla fantascienza. Almeno, a quella letteraria. Chissà, forse qualcuno di voi ha una risposta...

Commenti

è che siamo troppo vecchi per "scoprire" gli autori della golden age. chiediamo qualcosa di nuovo, ma in linea con il glorioso passato. siamo capaci di borbottare sui vecchi tempi a poco più di quarant'anni (parlo per me...) e questo non è un buon sistema per tenere aperti i recettori giusti... ciao, amico mio.

Facile che tu abbia ragione, Lorenzo mio.

Mi ritorna in mente quanto disse Antonio Serra, in una bella e interessante intervista (la si trova qui: http://it.wikinews.org/wiki/Antonio_Serra:_come_nascono_i_fumetti_made_in_Italy ) di qualche tempo fa, a proposito della fantascienza in generale:
"la fantascienza è morta. Qui sono sicuro: la tecnologia l'ha uccisa."

Lo stesso vale per me, Tito. La fantascienza letteraria classica di Urania è diventata autoreferenziale e convoluta. La vera nuova fantascienza è al cinema o nelle serie tv.

Diceva Archie Goodwin, non il compianto creatore della Epic, ma il sidekick di Nero Wolfe '' abbiamo dimostrato che il cielo è + caldo dell'inferno, ma se dovessi giurare il falso su una Bibbia ci penserei due volte ''. Più o meno. Ed era parecchio tempo fa, le tre leggi della robotica erano una novità assoluta e lo inner space si affacciava, come la talpa amica di Fiorello, in un universo pulpico ripieno di mondi lontanissimi, come direbbe Frank Battiato.
La scienza alimentava la fantascienza, nel senso di science-fiction.
Poi ci è stato detto che non eravamo stati sulla Luna - Capricorn One è dello stesso anno in cui Tito Faraci scopriva la galassia di Urano - e Philip K. Dick ha capito che nulla è reale, che i più fortunati vivono letargici nel template delle oligarchie ed i meno fortunati lo capiscono. O viceversa.
Il momento + alto della fantascienza odierna è la cover di Help Me dei Dik Dik delle Storie Tese ( una madre che racconta al figlio del papi cosmonauta bruciato in volo ) e che termina con i versi posticci degli Elii : Perchè Mackenzie è esploso in volo/lo sai caro figliolo/e poi non era neanche il tuo papà/perchè io faccio la ( siamo in fascia protetta e non ho cuore di scrivere un termine che è ''anche'' una antica città greca sotto assedio in cui il nemico si è introdotto con un cavallo di legno ).
Outer space, inner space and no space for the space. Peccato.

la fantascienza di quegli anni è completamente diversa da quella di oggi...
e poi urania fa anche questo:
http://leganerd.com/2010/09/14/i-tagli-di-urania/

Che dire del Western, allora?

Be', a livello di produzione letteraria il western non ha avuto le dimensioni della fantascienza...

Non sono un grandissimo lettore di fantascienza, ho letto giusto alcune cose basilari, oltre che molti film. Quel che mi dà fastidio di certe cose contemporanee, tipo Nathan Never per esempio, è il fatto di non dare nulla per scontato. Ogni volta gli autori si sentono in dovere di rendere verosimile lo scenario nel quale svolge la storia, giustificando ogni più piccolo dettaglio, quasi sempre trascurabile, compromettendo così la snellezza della narrazione. Un tempo, forse, ci si fidava di più del lettore e della sua sospensione della credulità (o dell'incredulità), a costo di qualche svarione ma a vantaggio della leggibilità dell'avventura.

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