Flusso di coscienza - Flusso di coscienza

Flusso di coscienza di Tito Faraci

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Quello che manca

Vuoto
 

Quello che ora servirebbe al mercato delle graphic novel, in Italia, è un best seller. Almeno uno, per cominciare. Un libro che finisse in classifica, ma in alto. Che vendesse centomila copie di botto, dico, come minimo. 
Ce ne sono fra i romanzi, certo, ma anche fra i saggi. Perfino fra i libri di ricette.
Non ce ne sono ancora stati fra i fumetti. 

Servirebbe al mercato, agli editori, agli autori. A tutti. 

Lo aspettiamo con ansia.

Commenti

A volte ritornano (parlo di me, chiaramente). Tito, forse il problema è che, nel bene e nel male, non mi sembra che il fumetto sia in sintonia con il sentire della gente comune. Non so se sia necessariamente un male, ma 100.000 persone che comprano un fumetto che non sia un Bonelliano in Italia non ce le vedo. E penso sia soprattutto dovuto alla mancanza di preparazione da parte dei fumettisti verso una vera sensibilità pop. Poi magari mi sbaglio, eh. Ma magari è uno spunto di discussione...
Ti ringrazio molto, Antonio. Ma proprio molto. Perché hai scritto quel che io non ho avuto il coraggio di scrivere. Bentornato. Mancavi.
Sbaglierò, ma secondo me il problema risiede in due fattori: .generazionale: per dirne una, mio padre e mia madre (classe 1945 circa) fino a un paio di anni fa non avevano praticamente mai considerato i "libri a fumetti" (e credo che la situazione sia indicativa per la loro generazione, e forse anche per quella dopo). Dopo aver loro regalato Maus (papà) e Fun Home (mamma) la loro opinione (=preconcetto) è cambiata, e da allora, periodicamente, arrivano richieste di consigli. .logistica: fino a quando i volumi a fumetti saranno confinati nel settore fumetti delle librerie, nessuno dei lettori "generalisti" (espressione orrenda) avrà mai l'occasione di aprire un volume, leggere magari terza di copertina e incuriosirsi, come succede con il resto della produzione narrativa e non. Secondo me basta solo aspettare qualche anno. I passi in avanti fatti in questi ultimi anni (grazie anche all'interesse mostrato verso le gn da parte di grossi editori) dimostrano che l'obiettivo si può raggiungere. Speriamo.
basterebbe avere qualche spazio in più in trasmissione televisione "culturali"O nei giornali dove l'analisi provenga da persone esperte o quantomeno conoscitori... Gianni dopo la partecipazione dalla Bignardi ha avuto il picco di vendita, lo stesso è stato per Mattotti a "Che tempo che fa"... ma quando è stato il tempo a loro disposizione? e quanto invece il tempo dedicato all'ultimo di Moccia o di Fabio Volo (N.A:nulla da togliere a loro), però il divario è enorme. Bonelli ha il suo pubblico, è uno zoccolo duro nelle edicole da tanti anni. In Italia ormai è una tradizione come la Nutella o la Mulino Bianco, nel bene o nel male è parte di noi. La GN in Itali c'è da poco e i temi che vengono trattati non riescono ad avere molto spazio nei media.Per vari motivi, principalmente per ignoranza. Quanto spazio hanno dato a Persepolis prima che diventasse un film? e Valzer con Bashir? se il GN non fosse uscito in parallelo con la pellicola non ne avrebbero parlato di certo... A me per esempio (nel mio piccolo) ogni volta che facevo un'intervista la prima domanda era sempre "hai avuto minacce dalla mafia?", come a focalizzare l'attenzione più sul"personaggio" che su quello che racconta il personaggio. Servirebbe come dici tu Tito un Best Seller?... io dico che esiste/ono già,peccato che a vederlo siamo veramente in pochi...
La penso come Stassi. Libri a fumetti in grado di fare il botto ce ne sono già stati e ce ne saranno (Gipi, Pratt, ecc.) ma non vengono considerati tali. Ora, sulla qualità non credo sia possibile criticare più di tanto: è già alta adesso, magari potrà alzarsi ancora, ma mi pare che siamo già a posto così. I lettori di fumetto "da edicola" sono già iniziati al linguaggio, e dubito che facciano problemi ad andare davanti alla sezione "fumetto" nelle librerie, ma un pò di divario tra le proposte c'è. Non qualitativo, ma di "genere": ad un lettore di Tex (e solo di Tex) cosa si potrebbe consigliare? Blueberry? Jonah Hex? Non sono romanzi a fumetti. Per quanto riguarda il bacino più importante, quello dei lettori che non leggono fumetti, l'unico modo è quello di fargli vedere che si tratta di materiale degno di essere acquistato. Dalle recensioni sulle riviste forse si evince poco, e comunque si tratta spesso di rubriche dedicate. Se in una trasmissione televisiva invece Fazio (o la Bignardi, o chi volete voi) intervista Bevilacqua, Baricco, Camilleri, ecc. e poi arriva (per dirne uno) Ausonia, anche lui intervistato sul suo ultimo libro, gli autori verrebbero considerati in modo paritario, indistinto. Non è importante che di un libro ne parli Fumo di china o che se ne parli sul web: questo è predicare ai convertiti. Ci serve un infiltrato che ne parli al pubblico generalista.
tito, non dimenticare che il Carofiglio di "Cacciatori nelle tenebre" (Rizzoli) è il caso che più ci si è avvicinato. Che poi la qualità artistica sia 'rasoterra', è un'altra questione. Condivido Stassi. Ma non del tutto: un passaggio televisivo può aiutare (è un "moltiplicatore" di visibilità), ma da solo non è in grado. Non è realistico che oggi si riesca a "drogare" televisivamente un graphic novel qualsiasi e renderlo un bestseller. I casi di Gipi e Mattotti lo dimostrano: pur ottimi, non hanno certo fatto 100mila copie... Il problema è dunque più complicato, e mescola due aspetti: da un lato serve un "graphic novel italiano" in grado di parlare al pubblico nazionale come un bestseller letterario (e il tentativo con Ligabue era mal progettato); e poi gli serve un opportuno supporto dei media (tv in primis). Ma non illudiamoci che se il Tg1 parlasse di Gipi, allora avremmo un bestseller ;)
Se il Tg1 parlasse di Gipi Oggi, Gianni li querelerebbe : )
Personalmente mi basterebbe qualche minuto in "Do Re Ciak Gulp" ;-)
Innanzitutto, mi sembra un dibattito molto interessante e mi fa piacere averlo innescato. Mi sembra giusta l'osservazione generale: un mercato non può crescere su un terreno arido. Servono supporti da parte dei media. Ma serve anche un prodotto capace di essere davvero popolare. Non è una virtù, ma non è nemmeno necessariamente un difetto. Popolare non significa popolano. Non ho dimenticato cacciatori nelle tenebre. Un libro di successo, ma ancora ben lontano dai traguardi di cui parlavo. Un best seller, un libro che sia una sassata nello stagno, è altra cosa. Anche (soprattutto?) numericamente parlando. Sulla qualità del prodotto in questione, invece, preferisco non pronunciarmi.
Per inciso (ma è importante): io credo che Vincenzo Mollica faccia molto per il fumetto, e lo faccia fin da tempi non sospetti. E che sia purtroppo un caso unico. E questo non lo dico solo perché è un amico. Lo dico perché lo penso.
Scrivilo.
Non ne sarei capace. PS Non l'ho detto, ma lo faccio ora: in un mondo più giusto sarebbe anche gente come Gipi a vendere centomila copie. E questo senza nulla levare agli ottimi e meritati risultati che già ottiene nella realtà.
In Francia ogni tanto capita, ma la dinamica è la stessa sia che si tratti di un capolavoro sia di un caso fortunato. L'esempio perfetto è Persepolis, che è un buon fumetto, ma non certo (a mio modesto avviso) un capolavoro assoluto. Insomma, non sopravvaluterei quello che accade all'estero. C'è solo una più lunga tradizione e questo, per il momento, fa la differenza. Però io sono fiducioso: diamo tempo al tempo e capiterà anche da noi.
Non limitiamoci però ai lavori di Gianni. Per me ovviamente sono geniali, ma non sono gli unici: Manuel Fior, Andrea Bruno, Michele Petrucci, sono solo alcuni dei tre nomi che mi vengono in mente... Per inciso: Persepolis è un Gran Capolavoro...
Vorrei sapere una cosa da Tito: per Graphic novel di successo intendi un volume a fumetti che si regga solo sulle sue gambe, scritto e disegnato da fumettisti e con trama autonoma? Perchè il volume dei Carofiglio partiva già avvantaggiato dalla reputazione dello scrittore. Se sì, allora forse potrebbe riuscire il colpaccio alla riduzione fumettistica di Tre metri sopra il cielo a cui sta lavorando Bastien Vives, o magari ad una "fumettization" (neologismo!) di Gomorra di Roberto Saviano... Altrimenti, un volume creato ex novo da fumettisti professionisti potrebbe avere un successo simile solo se fatto da autori già famosi (Sclavi & Manara, per esempio).
Quello che farebbe bene, ma proprio bene, sarebbe un volume del tutto autonomo. Dimostrerebbe la forza del "formato", di per sé.
Butto là altri stimoli. I media parlano di te e fanno "rumore" solo se sei controverso, se tocchi dei nervi scoperti. Ci sono autori di fumetti italiani che hanno il coraggio di farlo con un romanzo? Poi. "Rapsodia ungherese" è stato scritto e disegnato "al buio", cioè senza committenza certa. Giardino mi raccontò che era il suo personale "o la va o la spacca", che se fosse stato un fallimento sarebbe tornato a fare l'ingegnere elettronico. Per fortuna è andata, ma quanti altri autori oggi si prenderebbero questi rischi?
PErò se si parla di temi e di nervi scoperti a questo punto mi chiedo di che si sta parlando... Io ho fatto 2 libri sulla mafia, abitando in Sicilia e andando nelle scuole a parlare del tema per 3 anni di fila. Ho avuto anche minacce in merito e non c'è stato un cazzo di giornale che ne ha parlato. "Brancaccio" e "Per questo mi chiamo Giovanni" sono andati bene nelle vendite, ma non hanno raggiunto livelli di vendita superiori alla media. Ora facciamo un esempio, mettiamo che il boss del quartiere dove vivevo avesse voluto darmi una lezione "forte" per farmi capire "che certe cose non si fanno" e mi ficcava una pallottola sulla spalla, adesso sarei famoso come "il fumettista dell'antimafia" e i miei libri sarebbero venduti in centinaia di migliaia di copie. Quindi il Crack è si legato alla qualità dell'opera (anche se popolana) ma anche ad un sistema d'informazione critico che ne sottolinei gli aspetti culturali. Il fumetto è ghettizzato. I giornali ne sono disinteressati perchè lo credono un prodotto minore...sarebbe bello il contrario ma è così-
Io butto lì un parallelo: i cartoni animati erano considerati cartoni animati, finchè non sono arrivati dei lavori notevolissimi e allora sono assurti al nome di lungometraggi d'animazione. Myiazaki ha vinto l'orso d'oro a berlino, la critica si spertica in lodi (meritate) alla pixar. Perchè non accade lo stesso al fumetto? In altre nazioni succede. Credo solo che dobbiamo arrivarci. Mi sembra che le case editrici non specializzate si stiano aprendo al fumetto. Gli allegati editoriali ai quotidiani si sprecano, e pare che vendano anche molto. tutto questo contribuirà a fare uscire dall'ambiente specializzato delle fumetterie un certo tipo di fumetto? Lo spero proprio. Sul fatto del best seller credo dipenda più che altro da un nostro modo di fare fumetto... non ho mai capito pienamente come mai i fumetti giapponesi spopolano in tutto il mondo, quelli americani idem (se non come vendita come immaginario collettivo: tutti sanno chi è batman o l'uomo ragno anche senza aver mai letto un albo), quelli francesi idem (asterix per esempio). In italia manca un esempio di un albo noto in tutto il mondo, almeno io non ne conosco
@Tito, spunto molto interessante, e mi diverte che la questione sia meramente quantitativa, cioè che si parli di numeri. Mi permetto di fare considerazioni da uno che ha un piede nei fumetti e uno nell'editoria libraria. 1) Il problema della promozione è diventato terrificante anche per l'editoria libraria. Lottare per farsi sentire e trovare modi nuovi per farlo dovrebbe diventare una priorità per i dipartimenti marketing (ricordo che stiamo parlando di numeri, non della qualità letteraria) delle case editrici, che invece puntano sulla grezza "colonna della novità all'ingresso della libreria" cercando di generare acquisto d'impulso. Come al supermercato. No comment. Tra l'altro i passaggi televisivi spostano senz'altro cifre (vedi caso Gipi dalla Bignardi), ma non CREANO un best-seller. Prova ne siano (torno all'editoria libraria) i tentativi della Mondadori di creare a tavolino un altro "libro da un milione di copie" dopo Gomorra e La solitudine dei numeri primi: non si riesce a tavolino, appunto, fortunatamente almeno per i libri la promozione di qualsiasi tipo non basta a creare un best seller (non a 100.000 copie senz'altro), esiste ancora un minimo margine di discrezionalità del lettore (es. il successo della trilogia millennium non è nato da Marsilio, che non aveva i mezzi promozionali per puntare al milione di copie di "Uomini che odiano le donne": eppure le ha vendute, grazie principalmente al passaparola dei lettori). Tutto questo per dire cosa? Non esiste metodo promozionale che "crei" un bestseller. Il bestseller è frutto di coincidenze, al momento pare irriducibili a sistema. 2) Secondo me è anche fuorviante dire che opere di certi autori possano fare il botto a livello di vendite. Gli autori nominati da Claudio (hola, compadre) li adoro, ma son tutto tranne che pop. Sono colti, raffinati, per pochi lettori in grado di apprezzare finezze di segno e di scelte narrative. Tutto tranne che pop. 3) Il fumetto in Italia (e non solo, penso agli USA) soffre di uno status di inferiorità culturale, e se ci giriamo intorno non arriviamo da nessuna parte. Faccio un esempio con la mia limitatissima esperienza personale: alcuni lettori su internet hanno commentato il mio esordio su Urania con un "Da uno sceneggiatore di fumetti mi sarei aspettato molto meno" (è solo un esempio, ma spero renda l'idea). Il fumetto è considerato se non merda, comunque "roba minore", a differenza di altri medium come ad esempio il cinema. Il fatto che i volumi a fumetti li si chiamino graphic novel, invece di rendere i fumetti "pop", non ha fatto che rafforzare il concetto: i film non si chiamano "romanzi filmati", o sbaglio? Invece il fumetto per "essere preso sul serio" deve fare riferimento alla letteratura. In ogni caso il termine "graphic novel" ha sdoganato un'idea fighetta di fumetto, non certo pop. E anche questa è una fregatura. 4) Quindi: al momento non credo che esista una possibilità culturale per un'opera a fumetti originale di "fare il botto" a livello di vendite. Ma dato che appunto, imperscrutabili sono i meccanismi di vendita di un prodotto editoriale (finisco come ho iniziato: si parla solo di numeri, eh), nessuno mi impedisce di sperare. ;-) (scusate la lunghezza)
p.s. possibilità culturale: brachiologia per "possibilità in questo momento culturale". Sorry.
Ti scuso la lunghezza, eccome, Adriano. Perché credo che sia un intervento molto utile. Il punto 1) in particolare è tremendamente vero. Se "programmare" un best seller fosse un'operazione dal risultato sicuro, sarebbe tutto più facile... ma anche, forse, più "bieco" e triste. Gradi successi editoriali sono nati anche solo dal passaparola. E non parlo di pochi casi isolati. E poi: sì, stiamo parlando di numeri. Mi danno sicurezza. Non sono opinioni.
Perdonate la mia intromissione. Ma credo di non aver mai sentito di graphic novel che arrivino a quelle tirature. Ma non solo in Italia, anche in tutto il resto del mondo. A parte pochissimi casi (come il Maus di Art Spiegelman o Corto Maltese n Francia, credo), non si sono mai sentite quelle "cifre". Personalmente penso che il fumetto manchi da sempre di quel background di cui possono usufruire altri mezzi di comunicazione di massa (premessa a cui faceva cenno anche Claudio nel suo primo commento). Ma non è solo quello. Farei un distinguo tra fumetto popolare e quello che potremmo vedere "etichettato" come graphic novel. E' un po' come il rapporto che c'è tra le serie televisive e i film. C'è molta più gente che ha visto Lost, piuttosto che un film dello stesso regista. Naturalmente dipende dai contenuti, però credo che il problema (se davvero "problema" vogliamo chiamarlo) è che la gente si affeziona ai personaggi più che alle storie (ecco perchè credo che un volume singolo dei Romanzi Bonelli non venderà mai quanto un numero di tex). Il problema, quello vero, forse, è che non sempre le opere riconosciute universalmente vanno a braccetto con l'approvazione generale. Anzi, spesso è il contrario. E quello che voglio dire è che se domani ci si imbatterà in una novel che vende 100.000 copie, potrebbe essere tanto un'opera d'arte quanto un giochetto effimero che va incontro ai gusti di chi legge. Non dimentichiamoci che negli anni '90, purtroppo, uno dei libri più venduti è stato quello stesso "Dianetics" che oggi tutti prendono per il culo. Ma non vale la pena nemmeno citare casi specifici. Per quanto io ami alla follia il fumetto (in qualsiasi sua forma) come mezzo di comunicazione, non credo che una cosa del genere possa mai accadere, insomma. Contemporaneamente, con tutte le mie forze, spero di proprio di sbagliarmi.
Quoto in toto (scusami l'involontaria rima) Adriano. Il discorso pop che avevo introdotto io forse ha creato qualche incomprensione: prescinde ovviamente dalla qualità. Io mi riferivo alla capacità di intercettare il pubblico generalista, che in generale i fumettisti italiani non sembrano avere. Io quando penso al pop penso a roba come Tank Girl, che non vendeva 100.000 copie ma era un fenomeno di costume serio, in UK. E ci facevano sopra trasmissioni della BBC. Poi farei la tara sulle 100.000 copie di Tito, che sono un numero esplicativo ma non penso un cut-off. Ovviamente ti riferivi a un "caso editoriale", vero Tito? Per Luigi: Batman-Arkham Asylum ha venduto oltre 500.000 copie, altro che. E Watchmen direi pure di più.
@ Simone: giusto fare il paragone con l'animazione: ma non è stato Miyazaki a cambiare quella fetta di cinema e a renderla appetibile al pubblico generalista. E' stato Disney negli anni '30, con Biancaneve. se in 80 anni il fumetto non è riuscito a creare un appeal simile per il pubblico, c'è qualche problema. @Luigi e Antonio: penso anch'io che la gente si affezioni più al personaggio che alle storie. Arkham asylum ha venduto tanto in quanto "storia di Batman", oltre che per il fatto di essere un grande fumetto di per sé. E Watchmen (che NON è un graphic novel) ha avuto un enorme coraggio ad uscire (per la DC, non per Random House, come se qui lo pubblicasse Bonelli) ma basa le sue vendite sul fatto che è un capolavoro citato da tutti quelli che leggono fumetti o li fanno, quindi il passaparola è d'obbligo. Inoltre, avere un film dedicato avrà dato sicuramente una grossa mano. Però creare un personaggio a fumetti che poi si regga e giustifichi vendite stellari richiede o un tema forte (Maus) o una serie in cui il personaggio acquisti sempre maggior peso (il caso di Tank girl, in letteratura mi viene in mente Harry Potter) o che si parta da un autore che ormai è noto a tutti (prima ho citato Sclavi e Manara: quale lettore di fumetto non ha mai sentito parlare di questi due?). Un modo di fare fumetto popolare in libreria potrebbe essere esportando nel GN un personaggio popolarissimo: facendo magari un Texone solo per la libreria, a colori. Ma sarebbe un trucchetto di bassissima lega. Pari quasi al creare Arkham Asylum, spacciando per romanzo grafico una storia di Batman.
Son d'accordo, Antonio. Credo che sulla questione "100.000", Tito si riferisse al caso editoriale e non al numero. Non intendevo però fare casi specifici perchè, come premesso, non saprei farli in questo frangente. Anche se, sul caso Arkham Asylum, per quanto sia una grandissima graphic novel scritta da Morrison, è comunque legata al contesto personaggio/icona Batman. Mentre Watchmen, presumo, faccia parte di quei pochissimi casi di cui parlavo. Sarei curioso di sapere se Watchmen ha venduto tantissimo subito o nel corso degli anni. Sembra una sciocchezza ma fa tanta differenza.
Ops. Stefano, mi hai preceduto. Sono d'accordo con il tuo discorso.
Ops. Stefano, mi hai preceduto. Sono d'accordo con il tuo discorso, come si può capire.
Che discussione interessante! Gran bello spunto, Tito. In realtà, secondo me i motivi sono molti e varii, ma quello principale si può evincere già da questa discussione. Tito, quando dici che "in un mondo più giusto sarebbe anche gente come Gipi a vendere centomila copie", secondo me limiti troppo la questione. La mia impressione è che oggi – da un punto di vista meramente economico - nel mondo del fumetto ci sia un gap enorme. Da un lato c'è il fumetto popolare popolare (Bonelli, ma anche Disney, per ragazzi, e il fumetto americano mainstream), in cui se ti allontani da certi canoni muori. Dall'altro ci sono i Graphic Novel (con le iniziali maiuscole), di Gipi, ma anche di Petrucci e via discorrendo. Che sono bellissimi, sia chiaro. Ma perché dovrebbe essere uno di quelli a essere best seller? Ho impressione che oggi il lettore che non legge fumetti abbia questa visione bipolare. Fumetto commercial-popolare e Autoriale, con la A maiuscola. Ma nel mezzo c'è tantissimo. Ci sono un sacco di autori (talora bravissimi), un sacco di titoli interessanti. Secondo me questa visione è un po' limitante: sarebbe come dire che soltanto libri come il «Nome della Rosa» (che per me è quasi una Bibbia, quindi non posso che parlarne bene...) possono essere dei best-seller. Ma un buon vecchio Grisham, un Cussler, un Klavan? Secondo me manca questo sprint al fumetto. "Fuori dal ghetto" si vede soprattutto quel fumetto élitario, che non può essere fruibile per tutti. Insomma, manca tutto quel ventaglio di opere che sta tra un Dan Brown (commerciale, ma non per questo deprecabile) e un Umberto Eco. Tra i fumetti della Bonelli e Gipi. Secondo me questo punto è molto, molto importante. Ma magari mi sbaglio...
Al volo: vi sto seguendo con interesse, grazie. Appena riesco a tirare il fiato, re-intervengo.
Stefano, il marketing DC promosse Watchmen come graphic novel, altro che. Ma in ogni caso: che cosa è "un graphic novel" (fra parentesi, per quanto mi riguarda sarà sempre "UNA graphic novel", al di là degli snobini)? Per me, e immagino di non aver torto, visto che si sta parlando di pop e casi editoriali, è semplicemente un libro a fumetti . Anzi, facciamo così parliamo solo di libro a fumetti, come aveva fatto Tito all'inizio, così evitiamo di dovere fare distinzioni forse troppo sottili, ok? Luigi: Watchmen ha venduto da subito. È uscito nel 1987 e il film l'anno scorso, mi pare. Per oltre 15 anni ha venduto sempre benissimo. Ed è stato da subito, al di là di tutto, un caso editoriale (Premio Hugo a un fumetto, per dire). Caso Arkham Asylum. Di storie di Batman ne sono uscite tante, alcune molto belle, ma nessuna ha venduto 500.000 copie come Arkham. Qualche motivo ci sarà. Così come ci sarà qualche motivo se quella volta, alla signing session di Bisley al Forbidden Planet, dovettero bloccare l'accesso oceanico di pubblico dopo l'uscita di Judgement on Gotham. Batman aiuta certamente, ma se sai intercettare un certo tipo di pubblico fai successo. Per quanto riguarda la possibilità di usare i personaggi Bonelli come "testa di ponte" in questo senso (vendere GN), boh, non sono convinto. Secondo me forse solo Dylan Dog potrebbe farcela in versione "restyling pop". Su Tex mi pare impossibile, l'operazione. Tito, che ne pensi?
Antonio: scusami se mi permetto, ma per la questione "IL-LA" graphic novel, non è questione di snobismo o altro, ma di regole grammaticali. Solitamente, le parole in inglese vengono utilizzate con l'articolo del genere che hanno i loro equivalenti italiani. L'utilizzo del femminile legato alla parola "novel" è perché la parola viene, talvolta, erroneamente tradotta come "novella". Quando, invece, vuol dire romanzo. Romanzo è maschile, quindi "il"...
@Antonio: ti rimando a chi ha più esperienza di me: http://diegozilla.blogspot.com/2009/03/tu-chiamale-se-vuoi-graaaphic-noooveel.html Nella mia personalissima concezione, Graphic novel è un Libro che esce da subito come tale, con personaggi non ricorrenti e che appaiono solo in quel volume. Tipo "Contratto con Dio". In quanto tali non sono graphic novel (anche se magari pensate come una storia singola) né Watchmen nè Il ritorno del cavaliere oscuro, nè Corto Maltese (anche se poteva esserlo, se non ci fossero stati seguiti alla Ballata del mare salato). E non sono graphic novel i libri, pur unici, che si basano su personaggi a fumetti preesistenti. Naturalmente si tratta di schematizzazioni che servono solo a me per orientarmi, ma penso siano abbastanza condivisibili.
Intendiamoci, anche a me va bene parlare genericamente di libro a fumetti. Ma è un ombrello troppo ampio. E' come se, per fare un paragone con la letteratura, mettessimo sullo stesso piano libri di Wilbur Smith e di Moravia. Io qualche differenza la vedo. Libri a fumetti con personaggi popolarissimi tipo i bonelliani ci sono già (le varie ristampe mondadori), ma Tito parlava di un libro nuovo, quindi credo che i riadattamenti di personaggi già celebri siano eclusi da questa discussione.
Stefano: sebbene sia d'accordo con il senso del post di Diego, è un fatto, non un'opinione, che nel 1988 il dipartimento marketing della DC promosse il volume di Watchmen come "graphic novel", alla faccia di tutti i tecnicismi. Vorrei anche ricordare che è da quel momento che si parla di "graphic novel", alla faccia di Eisner etc. Poi massimo rispetto per la tua personalissima concezione, eh. Però carta (anzi web) canta. http://www.dccomics.com/dccomics/search/?q=watchmen&x=0&y=0 Per quanto riguarda la differenza fra Smith e Moravia, se vendono 100.000 copie (o sono casi editoriali) allora non c'è differenza. È questo il senso del post di Tito, mi pare. Davide, per quanto riguarda la tua osservazione, dal punto di vista formale puoi aver ragione (anche se allora si dovrebbe dire LA film, visto che in italiano pellicola è femminile), ma ti ricordo che anni fa si diceva LA graphic novel, e che negli ultimi anni parlano di IL graphic novel quei paludati che, all'italiana, vogliono arbitrariamente far credere di essere superiori ai "comuni" fumetti. Perché dire che il tal autore o la tal casa editrice fanno solo "fumetti" non fa figo. Ma è così strano parlare solo di fumetti, senza autodotarsi di patenti di superiorità?
Mi interessa molto poco di come mi si pubblicizza un fumetto, francamente. Per me Watchmen è un capolavoro, è il gioiello di Moore, è un evento irripetibile. Ma non è un graphic novel più di quanto non lo sia "Patagonia". L'espressione graphic novel venne praticamente inventata da Eisner allorchè, finito Contratto con Dio, si rese conto che sarebbe stato fuorviante definirlo "Comic book", perchè il pubblico avrebbe pensato ad una storia non differente da quelle di Superman o Batman. Eisner, cambiando la materia raccontata, cambiava il suo pubblico di riferimento, che non sarebbe stato interessato ad un comic book. Come se parlassimo di "giornalini" riferendoci ai lavori di Gipi o di altri autori più maturi. Non posso escludere che l'espansione del termine sia stata successiva, ma sicuramente il graphic novel non nasce con Watchmen, né come termine né come struttura. Nel mio caso purtroppo canta la carta, cioè i due volumi-conversazione di Eisner. Non c'è alcuna differenza come vendite, certo. Ma parliamo in entrambi i casi di autori che escono direttamente per le librerie, e non di ristampe. Una storia di un personaggio bonelliano che viene riproposta in libreria non è pensata per la libreria: e, dato che qui si parla di vendite nelle librerie di varia... poi si, anche un fumetto pessimo potrebbbe fare il colpaccio, e vendere centinaia di migliaia di copie, ma rimane il fatto che Tito spera che sia un libro nuovo non ancorato al già esistente. sul fatto che escano fumetti bellissimi in edicola che meriterebbero di essere sempre disponibili, mi permetto di suggerirti questi post di Roberto Recchioni: http://prontoallaresa.blogspot.com/2007/10/reiterare-meglio-che-curare.html http://prontoallaresa.blogspot.com/2007/07/ricaduta-delle-miniserie.html
Stefano, ti stai attaccando agli specchi. Dove hai letto che io abbia scritto che Watchmen è la prima graphic novel? Che il termine lo abbia inventato Eisner lo sanno anche i sassi. Che prima di Watchmen, non lo abbia mai usato nessuno (a parte Eisner) è un altro fatto. Chi si riempie la bocca di "graphic novel" lo fa dai tempi di Watchmen. Dopodiché, il termine fumetto (o anche giornalino) non è una parolaccia, e si può usare tranquillamente. A differenza di quanto sembri fare tu, a me interessa come viene etichettata una storia. A me interessa la qualità. Ci sono anche graphic novel che fanno cagare, o sbaglio? No, perché se no non si capisce. E, a proposito di falle logiche, come è che se la DC chiama un proprio fumetto "graphic novel" non ti interessa se è etichettato così, ma invece nel caso di Gipi che citi bisogna per forza dargli il titolo di "graphic novel" altrimenti lo stai svilendo? A proposito di paludamenti... P.S.: senza rancore, e non la prendere sul personale, ma se devi portare opinioni tue, va benissimo. Se devi linkarmi i post di Roberto e Diego e non hai opinioni tue, non perdiamo tempo.
"Vorrei anche ricordare che è da quel momento che si parla di "graphic novel", alla faccia di Eisner etc." Ho frainteso io il senso di questa tua frase, ti chiedo scusa. Mai detto che giornalino sia una parolaccia. A me i fumetti piacciono, ma si cerca di "nobilitare" il medium ricorrendo a termini altisonanti, spesso a sproposito (e anche su questo hai ragione), ma utili per intercettare un pubblico che normalmente non si interesserebbe alle storie a fumetti. A me non interessa etichettare le storie, ma se si parla di "Libri a fumetti" io penso di dover parlare di questi. C'è una lieve differenza tra un intento pubblicitario e uno critico, no? Altrimenti Bonelli potrebbe dire che ogni numero di Dylan dog sia un graphic novel, e arrivederci. Per questo se sul punto si esprime la DC la cosa mi interessa davvero poco. Gipi è fumetto, ma se dico a uno che "questo tipo fa dei fumetti bellissimi" è facile che il collegamento più immediato sia con Topolino. Se per fargli leggere un fumetto gli devo buttare fumo negli occhi, lo faccio. Io non sento la necessità di distinzioni, altri sì. Per quanto riguarda i rimandi, li metto solo perchè, non avendo un blog mio, mi richiamo a messaggi espressi da altri, ma con cui sono d'accordo. Non sei obbligato ad andarci. Che poi l'importante sia la qualità di una storia, non hai ragione, di più!
Perfetto, Stefano, anche io ho capito meglio il tuo pensiero nell'ultimo commento. Avevo percepito male delle sfumature che invece ora mi paiono chiare. OK su tutto per il discorso pubblicitario etc.. Posso anche essere d'accordo, ma occhio che si potrebbero generare potenziali spirali pericolose. Infatti il rischio è che poi, per fare un esempio chiaramente paradossale, Bonelli pretenda che i suoi fumetti siano definiti "arte sequenziale realistica" per differenziarli dai fumetti Disney, percepiti per bambini, e che il Giornalino chieda di essere etichettato come "Rivista di letteratura disegnata portatrice di valori" per definire la matrice cattolica della rivista rispetto alla la Disney "atea", e via dicendo. Nel cinema questo problema non si pone. Cronenberg non cerca etichette per differenziare il proprio cinema da quello della Troma, per dire, o dai colossal stile Die Hard. Sono tutti film. Secondo me sarebbe sintomo di crescita degli addetti al settore fumetto se si raggiungesse una maturità simile.
tito ha con semplicità centrato il punto, essendo oltre che autore anche operatore editoriale... serve un best seller che tenga alto l'interesse per il fumetto in libreria, interesse che già si è creato. certamente il fumetto ha uno spazio piccolo, ma sono cambiati i libri esposti... prima erano Asterix, Milano Libri, Ottaviano, Garzanti, Mondadori ed era fumetto per ragazzi, strips americane, controcultura... ora, oltre ad alcuni classici immortali, abbiamo fumetti che fanno il verso ai romanzi, cioè solo raramente sono dedicati a personaggi, ma più spesso a temi. questi libri ci sono ed alcuni hanno funzionato bene. Ma serve un altro Gipi, un altro Maus, commercialmente parlando, si intende. solo che opere di questo tipo, per il momento non possono nascere a tavolino...
In un paio di punti dico la mia. Non sono un grandissimo appassionato di fumetti, li ho fatti, non li faccio più e ormai non li leggo nemmeno. Mi annoiano e mi stufano tutti. Se questa cosa succede a me figuriamoci al pubblico generico, che di fumetti sa poco o nulla. La mia idea è che a parte casi straordinari - che possono esistere solo nel mare di una produzione molto consistente, anche di robaccia - leggere un normale libro sia più divertente e istruttivo. Insomma, è abbastanza vero che il fumetto è un'arte minore. Io credo che lo sia. D'altra parte scrivere e disegnare una GN è forse più difficile e impegnativo che scrivere un libro. Quante ore deve trascorrere un disegnatore al tavolo? Migliaia? E chi lo paga? Può farlo di notte o nel dopo lavoro? Non credo. Gli editori che pubblicano romanzi ormai lo fanno a raffica. Il singolo libro a loro costa pochissimo, ricevono un'infinità di proposte, non devono fare altro che scegliere. Ogni tanto ci beccano e con le vendite di uno si ripagano gli altri. Nel fumetto questo sarebbe possibile? Non credo nemmeno questo. Film e romanzi possono anche godere di buone campagne pubblicitarie, il fumetto di solito no. Penso ai moltissimi premi che vengono assegnati ogni anno. Contano qualcosa? L'eco della loro assegnazione travalica gli stretti confini del settore? Neanche per idea. Allora, come forse qualcuno ha già scritto, il problema è che non esiste un sistema produttivo capace di far nascere il fumetto di successo. E di conseguenza gli autori non riescono a formarsi adeguatamente e ristagnano nella sezione "dilettanti bravini".