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Loro, non io

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Rivendico con forza il diritto di scrivere storie con protagonisti - anche "eroici" e "positivi" - che hanno idee e comportamenti diversi dai miei, che non condivido. Senza che il lettore mi identifichi con loro. 
Possono essere più o meno realistici, ma non sono reali. Non sono me, non sono miei amici. Non è neppure detto che mi stiano simpatici. Con alcuni di loro non andrei nemmeno a bere un caffè, se fossero persone e non personaggi. 


Stabilire che un autore debba assomigliare necessariamente ai propri personaggi è una grande ingenuità, sebbene talvolta - nel mio caso, di rado - possa rispecchiarsi in qualcuno di loro. 

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Commenti

e, nello stesso tempo, ognuno dei tuoi personaggi rispecchia qualcosa di te, altrimenti non potresti scriverne. bel paradosso, no?

Non ci ha mai convinto fino in fondo la teoria della ''frammentazione'' della personalità del creatore nelle sue creature. Sappiamo di casi in cui non è così: in era pre Moccia, le massime dei baci Perugina erano scritte da una sola persona, oggi è il ghost writer del leader iraniano, che operava un transfert su di un cielo stellato. Sua l'idea per il finale del video Sledgehammer di Peter Gabriel. Il ministro Bondi immagina di essere il pentagramma di Marco Masini, quando compone le sue poesie per Vanity Fair.
Altan ha ammesso di sentirsi '' una sala da pranzo, sul tavolo una pignatta di fagioli al pomodoro (...) improvvisamente il soffitto si crepa sotto la pressione di dodici paracadutisti in armatura medioveale '' mentre lavorava al model sheet della Pimpa
( Shattered images - dreaming life, living in a dream - Marzullo ).
Noi non possiamo incrociare la penna con questi signori, ma , nel nostro piccolo, segnaliamo che abbiamo scritto una guida degli agriturismi perugini per una proloco gemellata con Teheran, immaginando di essere una pirofila ripiena di stracotto d'asina. Un turista ha inviato un libello elettronico al ns e-mail lamentando che il nostro capitolo sul cioccolato al peperoncino gli ha provocato una indigestione simile alla nota sindrome di Stendhal. Ha chiesto di essere rimborsato, ma ho fatto orecchio da mercante - per mesi ho ignorato le sue email, cercando nel contempo di capire cosa proverei se fossi un foglio di tappezzeria. Alla fine le invettive via rete sono terminate, ma ho sviluppato la fastidiosa tendenza a sentirmi a mio agio solo se pre-incollato su una parete. Peccato.

ricordi quel che ha detto nick hornby alla presentazione? io l'ho segnato per non dimenticarlo. all'intervistatrice che gli chiedeva quanto di sé stesso mettesse nelle proprie opere, dato che i protagonisti hanno sempre degli ampi spazi in cui monologano, ha risposto: "which is the logic through which monologues become autobiographic?". poi però dopo un po' ha corretto il tiro, dicendo: "everybody who writes, paints, makes music, exposes who they are".
ammiro molto gente come te o lui o paola, voi che potete dire no no, quello là che parla in prima persona non sono io.
io mi sa che son sempre un po' io.
dev'essere questo che fa di voi dei veri scrittori, e di me una scribacchina.

per il resto, non ti ho ancora ringraziato per l'ospitalità dell'altra sera.
sei sempre un padrone di casa squisito.
saluti a tutti i faraci, baci sulle guance ai grandi, sulla testa ai più piccini. anche se tra un po' virginia mi supera, poco ma sicuro.

Susanna, ci sono personaggi che non rispecchiano nulla di me. Li guardo come microrganismi sotto un vetrino.
Micol, benvenuta! Grandiosa e puntuale citazione!
Guarda che ci sono fior di autori che hanno un forte rapporto di identificazione con i propri personaggi. Ciò che contesto è che debba essere sempre così, per tutti.

"Madame Bovary c'est moi..."
Flaubert

ma infatti è così, e non stavo facendo sfoggio di umiltà nel dire che il fatto di sapersi disincrostare dalle storie, e guardare i personaggi, come dici tu, da sopra il vetrino, fa di te un vero scrittore. nel mio personale dare a cesare quel che è di cesare, lo scrittore è prima di tutto un narratore à la tolkien, che mischia eventi, scenari e personaggi costruiti a tavolino, coerenti e a tutto tondo.
a quel punto diventa fondamentale l'immedesimazione, credo. io possiedo doti di empatia e comprensione, quando voglio tirarle fuori, ma ahimè, non sono mai stata una brava attrice. il passaggio non è mica immediato, eh. all'esame di spagnolo ho preso il massimo dei voti nella traduzione dallo scritto, andavo da dio, districavo, interpretavo, mettevo giù in perfetto italiano. quando si è trattato di esprimermi in spagnolo parlato ho praticamente fatto scena muta. como estas? eh.
non male, come filosofia, no? una cosa è sapersi mettere nei panni di qualcuno, una cosa è diventare quel qualcuno, anche solo per una storia. saperne vestire i panni, e agirli credibilmente di conseguenza. io quel talento lì non ce l'ho proprio, temo. che poi è il motivo per cui i miei protagonisti finiscono invariabilmente con l'assomigliarmi.

io non sono convinta di questa storia del vetrino, tito. immagino che per rendere un personaggio credibile ci ispiriamo alla nostra esperienza, che ovviamente comprende anche l'apprendimento, incluso ciò che abbiamo visto, o di cui abbiamo sentito parlare, senza mai provarlo. però per far muovere, agire, pensare e sentire un personaggio dobbiamo mettere in moto dell'empatia nei suoi confronti e l'empatia è proprio quell'immedesimarsi, prendendo quello che di noi va in risonanza con il personaggio, no?
un interessante prova di ciò è il correlato neurobiologico dell'empatia, i cosiddetti neuroni mirror, che si attivano quando immaginiamo quello che prova un altro, praticamente ogni volta che interagiamo con qualcuno.

Ci piacerebbe tanto poter guardare un neurone mirror intrappolato sotto un vetrino. A specchio. E' già una storia con la quale possiamo provare empatia ed esportare filosofia. Quante domande , fortunatamente, senza risposta: se Mirror vede solo la sua immagine riflessa, come progredirà? E' il mito di Narciso ? E' il principo, oggi appannato, della attrazione omo-erotica ? Non è possibile nemmeno schiacciare uno scarafaggio in un film - tra l'altro si tratta di blatte stunt di allevamento: il povero Mirror ha meno diritti di una micro star di Hollywood? E dopo una vita passata sotto il vetrino crepascolare, come si confronterà con l'universo mondo, se tornasse nel sistema neurobiologico dal quale lo abbiamo prelevato?
Perchè non sono stati schiaffati sotto la lente di un microscopio quei disgraziati che hanno regalato il primo libro a Don Quixote ed Emma Bovary ?

Ognuno ha il suo approccio, il mio è viscerale-cinestetico: se il personaggio è il buono parla e si comporta con la parte migliore di me, se è il cattivo con la parte peggiore, se è idiota con la mia illimitata idiozia, e così via. Una specie di autoanalisi continua. La parte più divertente è mescolare gli ingredienti, così, di tanto in tanto, i buoni mostrano imprevedibili meschinità e i cattivi insospettabili nobiltà. E io avanzo un sacco di soldi dallo psichiatra.

Ognuno ha il suo approccio, è vero. Io riesco a sentire - a mantenere, diciamo - la distanza dai miei personaggi. Eppure, forse paradossalmente, riesco a provare sulla mia pelle le emozioni delle mie storie.
Ci torno domani, con un altro post da vecchio zio "saggio" (si fa per dire).

Beh, però ogni tanto assomigliare a Tex farebbe comodo...

Peste!

Beato te che ci riesci.
Io se non mi identificassi non avrei motivi per scrivere e disegnare.

Ciao

Giuseppe

D'altronde, diversi autori internazionalmente celebri e di grande importanza storica, come Leo Ortolani, e meno noti e secondari, come Flaubert, però, asseriscono di ritagliarsi i personaggi a propria immagine e somiglianza, come pure Ian Fleming o Joss Whedon.

Difatti, ripeto: NON c'è una regola.
Né in un senso, né in un altro.
Ciò che contesto, quindi, è che qualcuno questa regola invece la stabilisca, identificando necessariamente e automaticamente un autore con i suoi personaggi.

Se io nego che una cosa sia sempre in un modo, non intendo affermare che sia sempre in quello opposto.

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