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Professione: critico

Ratatouille

Il mercato dei fumetti italiano è uno dei più grandi del mondo. Questo è un dato di fatto. Se la gioca a testa alta con quello di Stati Uniti, Francia e Giappone. Per dire, ogni mese l'inedito di Tex vende, in Italia, più del più venduto fumetto in America. La maggior parte dei fumetti Disney pubblicati e letti nel mondo sono scritti e disegnati in Italia. E mi fermo qui, prima di sembrare un bolso patriottardo (proprio io, ma figuriamoci). 

Il punto è: perché a questo mercato non corrisponde una vera critica professionale, di livello adeguato? Perché non va come con la musica e con il cinema (e perfino con il teatro o l'opera lirica), in Italia? Perché nessuno fa di professione il critico di fumetti? Vi sembra tanto assurda un'ipotesi del genere? Però io ho fatto il critico musicale, e ai tempi ci pagavo bollette e mutuo, oltre a procurarmi un tesserino di giornalista. Perché per il fumetto si è finiti nelle mani del volontariato, con risultati troppo spesso (anche se non sempre, sia chiaro) goffi, maldestri e deprimenti? 

Ma questa non è una critica alla critica. È un'autocritica. Cioè, mi chiedo: per quale reale motivo il sistema del fumetto italiano - di cui io stesso faccio parte -  non è riuscito a generare e sostenere una vera, ampia e solida (e, già che ci siamo, indipendente) critica professionale? Non ha potuto o non ha voluto? Forse sarebbe stato troppo duro confrontarsi ogni giorno con questa critica? Forse non sarebbe stato così semplice liquidarla con una scrollata di spalle?


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Commenti

You have a point there, Tito. Gli addetti ai lavori fanno abbastanza per promuovere un'immagine del fumetto come linguaggio espressivo e prodotto culturale? A volte basterebbe rifiutarsi di rispondere all'ennesima domanda cretina dei giornalisti "pitonati", o rifiutare di esibirsi come animali da circo nel corso di eventi, o evitare di offendersi per qualunque critica o forma di dissenso, per contribuire a dare un'immagine diversa del fumetto.

Scusate l'involontario doppio Post.

Sistemato, Gianni. Ho levato il bis.

Se il sole 24h che ti ospita e gli altri quotidiani pubblicassero assieme alle classifiche e minirece dei dischi e libri pure quelle dei fumetti farebbero un bel servizio sia alla cultura, sia al mercato.
Escludo i miei amici appassionati e i miei colleghi, conosco un sacco di gente normalissima che compra un Tex o qualunque altro fumetto quando piglia un treno, quando va al mare o quando ha un po' di tempo da buttare, e per tutti loro sarebbe fondamentale trovare una rapida guida per orientarsi meglio su cosa e dove acquistare ...altrimenti comprano il primo che vedono esposto in edicola.
E' un buco da colmare.
La colpa è dei grossi editori di magazine e quotidiani.
Nel nostro disperato caso di fumettari sempre presi per letterati di serie Z una buona critica risulterebbe fondamentale per far capire alla gente normale, a quelli che mezzo libro all'anno magari lo leggono, che il fumetto è una cosa seria e può essere una piacevolissima nonchè istruttiva lettura!

Bene. Ogni tanto ci tocca, parlarci un poco addosso. Così, per sapere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. E scoprire nuovamente che non abbiamo le risposte certe che vorremmo avere. Come ho detto altrove (ma ovviamente non ricordo più dove), ho passato decenni della mia vita, a partire dalla mia infanzia, a interrogarmi sui questiti fondamentali, esplorando elucubrazioni e tentativi di risposte di ogni parte del mondo, praticando discipline di ogni sorta. Per poi scoprire, poco tempo fa, che Vasco Rossi ( http://www.youtube.com/watch?v=AhtW6Fm8jNQ ) aveva già detto tutto quel che c'era da dire, sul senso della vita. :-) Peccato non l'avesse scritta quando ero bambino: mi sarei risparmiato decenni di ricerca.
Così capita quando trattiamo la questione della "critica fumettistica". Periodicamente ci torniamo sopra. Forse inutilmente, chissà. Tanto, si dice, non ci sono riviste che paghino regolarmente la critica fumettistica in Italia. La quale, si dice, forse interessa a pochi lettori (il mio barbiere legge Tex, ma non perderebbe mai tempo a leggere una critica su Tex, perché non legge nulla, a parte Tex), tra i pochi italiani che leggono qualsivoglia cosa. Allora teniamoci cari quelli che scrivono cose gratis, che magari le scrivono pure bene. Professionismo non è solo essere pagati (come s'è detto) e appartenere a un Ordine non è garanzia di qualità professionale.
Se invece il discorso è "non voglio essere giudicato da qualcuno che ritengo non adeguato a giudicarmi", allora è un'altra storia. Tutti noi veniamo sempre giudicati da chiunque e non sempre si tratta di giudici in grado di giudicarci davvero. Il fatto che vegano pagati o meno, non cambia la sostanza. Il fatto che siano "preparati" o meno, neppure. Noi stessi passiamo parte del nostro tempo a macinar giudizi su vicini, conoscenti, parenti, gente che vediamo in tv ecc. Alcuni, è vero, vengono pagati per dire quel che pensano (in TV capita spesso). Vengono pagati perché un sacco di gente li sta ad ascoltare, la tv guadagna con gli ascolti della pubblicità ed ecco arrivare i soldi per pagare gli "opinionisti" (i "critici" di oggidì). Così come i calciatori vengono strapagati, perché il loro lavoro produce una quantità mostruosamente smisurata di bei soldoni. Così i fumettisti vengono pagati per raccontare le proprie personalissime opinioni sul mondo (gisute o sbagliate che siano), perché il loro lavoro produce soldi per gli editori (altrimenti i fumettisti dovrebbero far fumetti gratis, come i critici di fumetto, ma lof arebbero? Chissà.).
Quanto rende, a editori e produttori, una critica fumettistica? In proporzione la critica viene retribuita. Amen. Quando vendo una mia fotografia, vengo pagato sulla base di tariffari giornalistici... sì, certo, ma quelle tariffe (trattabili anche in rialzo) variano a seconda dell'utilizzo della foto: in copertina "rende" di più - quindi viene pagata di più. Ma è pur vero che le foto non ho nemmeno bisogno di proporle: me le chiedono. Ci sono in Italia editori che vengono a chiedere una critica fumettistica? Mh... Vabbe', allora, ci sono critici che vanno a proporre critiche al Corriere della Sera, a Repubblica, al TG1? Sì, ci sono... Che risposte ricevono? Vengono pagati? Sì, vengono pagati, se il pezzo interessa. Secondo il tariffario giornalistico. Il problema è che, a parte questi casi, non c'è ancora tutto questo interesse sul fumetto da giustificare grandi movimenti di denaro. Forse in futuro, chi può dire?
Il grosso lavoro, gratuito, che parecchie testate internet (e non solo) stanno facendo, può essere utile anche a tenere in piedi una nicchia (la scrittura diffusa sul fumetto) che in futuro potrebbe anche offrire lavoro retribuito... sempre che i fumettisti (e gli editori) italiani sappiano produrre cose capaci di far espandere il mercato. Il mercato. Quando il mercato italiano sarà davvero all'altezza di quello francofono (per dirne solo uno - e mi riferisco ai milioni di euro di fatturato, non al numero di copie distribuite) e io penso che ci arriverà, prima o poi (anche se al momento direi, più poi che prima), allora potranno esserci soldi anche per i critici. D'altronde si tende a essere retribuiti sulla base di quel che rende il lavoro svolto, no?...
Ma, adesso che ci penso, tutta questa lunga pisciatona che ho fatto, che senso ha? Vorrrei trovare un senso a questa pisciatona, anche se questa pisciatona un senso non ce l'ha.
Ma sai che cosa penso? Che anche se non ha un senso, domani un altro giorno arriverà lo stesso. ;-))

Giusto per far due chiacchiere, via... :-)

Due chiacchiere interessanti.
Grazie.

Intervengo in "ritardo", perchè è una discussione davvero stimolante...
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Ripensavo alla domanda implicita "che cosa il sistema del fumetto italiano può fare", e dopo la lettura dei successivi commenti, mi è parso di notare almeno una grossa differenza tra il mercato fumettistico e quelli letterario, musicale e cinematografico: la scarsissima "autopromozione" del fumetto (non dico pubblicità per non evocare per forza grandi esborsi economici).
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Capita spesso che gli editori di fumetto italiani "finiscano di lavorare" non appena il fumetto è uscito in libreria, cosa che nel citato mercato francofono invece non succede (e tantomeno per cinema e musica!). Quando c'è una qualche promozione, mi sembra circoscritta ad una "solita" nicchia, mentre musica, cinema e letteratura si sforzano di più nel farsi notare da chiunque.
Non parlo per forza di spazi pubblicitari estremamente costosi come quelli radiotelevisivi (anche se penso che per gli editori più grossi essi non siano per forza fuori budget), ma anche di cose più banali come espositori e cartonati nelle librerie di varia, spedizione di copie omaggio a giornalisti e "opinion maker" (brrr, scusatemi il termine...), pubblicità su riviste e quotidiani "di varia" ecc.
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Inoltre non mi riferisco solo al promuovere un singolo albo, ma allo sforzo comunicativo di far conoscere il fumetto a tutti. Tutti quanti hanno un'idea di come si scriva un libro o si faccia un film, ma per la maggioranza degli italiani è ancora buio pesto riguardo a cosa sia un fumetto.
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Non voglio apparire "lamentoso" nei confronti degli editori, mi piaceva analizzare queste differenze, per poi trovare un'ottica propositiva.
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Forse se il fumetto riesce a farsi notare man mano sempre di più anche da chi "non è già nel giro", diventerebbe "una cosa normale" (che è quello che è in Francia) e questo può via via creare quegli "spazi pagati per i critici" nei mezzi di comunicazione più vari.
E si riuscirebbe anche a colmare il "gap" di cui si parlava, il muro tra chi conosce (e legge) fumetti e chi non ne sa proprio nulla [un "comics divide"? ;-)].
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Ma penso che gli unici che abbiano l'interesse e i mezzi per prendere una simile direzione (purtroppo a pagamento) siano gli editori di fumetto. Solo dopo arriverà "la varia", quando anche il fumetto sarà di tutti (o perlomeno di moltissimi)...

mi piace pensare che chi fa il fumetto finora non si sia voluto far prendere da sterili discriminazioni tra cultura "alta" e "bassa", ma abbia seguito una sua felice strada autonoma...
però mi chiedo anch'io perchè non sia mai nato un gruppo che si può definire di intellettuali del fumetto: persone che magari "fanno" fumetto, ma ne discutono, autori che propongono linee culturali, scuole, tematiche, tecniche simbiotiche con idee sulla società, filosofiche e volendo pure con le ideologie... come per la Novelle Vague nel cinema, il Futurismo, o l'esistenzialismo... o ci sono stati questi fermenti (Moebius, Eisner, il gruppo di Frigidaire) e non sono stati colti? o sono stati sfruttati ma non riconosciuti? o semplicemente non hanno avuto nessun impatto sulla società?

Ci sono stati, caro Filobus. Il gruppo Valvoline negli anni ottanta voleva portare il fumetto nel design, nella musica, nell'architettura, togliendolo dall'autoreferenzialità. Quelli di Frigidaire, con un fumetto militante e iconoclasta. Cos'è rimasto, oggi, di quelle esperienze? Difficile dirlo. Sono rimasti gli autori e le loro personalissime poetiche, ma è venuta a mancare l'idea di "movimento". Oggi il testimone è stato raccolto dalle autoproduzioni, dai ragazzi di Selfcomics e quelli di Monipodio. Ma sono state esperienze, come dire, generazionali, a termine. Destinate a produrre nuovi autori per il mainstream, non per scuotere la percezione comune di fumetto.

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