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Professione: critico

Ratatouille

Il mercato dei fumetti italiano è uno dei più grandi del mondo. Questo è un dato di fatto. Se la gioca a testa alta con quello di Stati Uniti, Francia e Giappone. Per dire, ogni mese l'inedito di Tex vende, in Italia, più del più venduto fumetto in America. La maggior parte dei fumetti Disney pubblicati e letti nel mondo sono scritti e disegnati in Italia. E mi fermo qui, prima di sembrare un bolso patriottardo (proprio io, ma figuriamoci). 

Il punto è: perché a questo mercato non corrisponde una vera critica professionale, di livello adeguato? Perché non va come con la musica e con il cinema (e perfino con il teatro o l'opera lirica), in Italia? Perché nessuno fa di professione il critico di fumetti? Vi sembra tanto assurda un'ipotesi del genere? Però io ho fatto il critico musicale, e ai tempi ci pagavo bollette e mutuo, oltre a procurarmi un tesserino di giornalista. Perché per il fumetto si è finiti nelle mani del volontariato, con risultati troppo spesso (anche se non sempre, sia chiaro) goffi, maldestri e deprimenti? 

Ma questa non è una critica alla critica. È un'autocritica. Cioè, mi chiedo: per quale reale motivo il sistema del fumetto italiano - di cui io stesso faccio parte -  non è riuscito a generare e sostenere una vera, ampia e solida (e, già che ci siamo, indipendente) critica professionale? Non ha potuto o non ha voluto? Forse sarebbe stato troppo duro confrontarsi ogni giorno con questa critica? Forse non sarebbe stato così semplice liquidarla con una scrollata di spalle?


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Commenti

Forse, nonostante le vendite in Italia siano alte (immagino, comunque, solo per quei fumetti che sono delle istituzioni nazionalpopolari, tipo Tex e poco altro) non c'è davvero un mercato del fumetto. Quanto a produzioni indipendenti, autoproduzioni e romanzi a fumetti non credo che la produzione italiana possa essere paragonata a quella americana, francese o giapponese. A questo punto credo che una critica professionale seria sarebbe anche fuori luogo, se non c'è varietà (a me personalmente stancherebbe vedere una rubrica di critica fumettistica dove si recensisce a rotazione un Tex, un Diabolik, e altri bonellidi... e raramente qualche indipendente). E la varietà non può esserci se non cade il pregiudizio dei lettori verso i fumetti. Il punto è sempre quello. Ecco, magari servirebbero dei critici che promuovano le belle produzioni straniere, per incentivare gli editori a importare fumetti e i lettori a superare il pregiudizio, e poi se son rose fioriranno. Però sinceramente fra i lettori di libri non vedo gente particolarmente interessata ai fumetti. Oltre un Maus e un Persepolis non si va, di solito. Né ci sono tanti aspiranti fumettari quanti aspiranti scrittori&poeti. Questo è quanto vedo io, poi magari c'è un popolo innumerevole di fumettari e fumettofili nell'ombra che aspetta solo un apripista per uscire allo scoperto e conquistare prima l'Italia e poi il mondo...

Per la verità, quando una serie americana "mainstream" vende più di diecimila copie (e parlo anche di roba Vertigo o Dark Horse, per dire) si è soddisfatti. Qui, in Italia, si chiude.
La produzione italiana è assolutamente paragonabile a quella francese, americana e giapponese. Sono i quattro mercati più grandi, come è noto. Esperienza personale: quando ho raccontato quanto vendeva Brad Barron a colleghi stranieri (mi è capitato, in quell'anno e mezzo) ho visto mascelle cadere.
Qui ho fatto solo gli esempi di Tex e della Disney, ma potevo andare avanti a lungo. Molto a lungo. Troppo. E non volevo parlare di quello.

Stimolante. Per cui oggi sei oggetto di un lancio d'agenzia su www.afnews.info :-)

Non so se sia il discorso del cane che si morde la coda, ma a me sembra che finché i media generalisti non avranno uno spazio stabile per i fumetti (come ce l'hanno per il cinema, ma anche la classica è snobbata ormai) gli aspiranti recensori professionisti non potranno avere neanche la chance per lavorare (poi si potrebbe parlare della crisi dell'intera categoria dei critici... beato te, Tito, che ti ci pagavi le bollette recensendo musica!). Sembrava che le cose fossero un po' cambiate con i volumi allegati ai giornali, ma ora mi pare che siamo al punto di partenza, anche se forse con un po' di lettori in più. In TV non ne parliamo, c'è come sempre Mollica per ogni cosa, ma quando lui non ci sarà più...?

Non ho capito però se la non professionalità citata nel post si riferisse a recensori nella stampa generalista, in quella specializzata o al mare di appassionati che scrive su Internet.
Rilancio con un'altra domanda: perché in Italia è così difficile trovare un mensile di qualità, sul fumetto in generale, di ampia diffusione e che non chiuda dopo qualche anno?

Forse perché in fondo gli italiani si vergognano ancora di leggere fumetti. Quando vado all'università portando, tra i libri, anche Tex o Nathan Never, spesso mi guardano strano ("ma come, un ricercatore che legge 'sta roba?") o al massimo mi fanno un sorriso imbarazzato, come a uno che è stato colto a scaccolarsi il naso.
Poi ci sono casi come Gipi, che grazie anche ad alcune apparizioni in TV ha raggiunto una certa fama (e, sia chiaro, ne sono contentissimo, dato che è un autore che ammiro immensamente), ma sono episodi isolati.
Il fumetto vende tanto, ma è ancora considerato roba per ragazzini, o al massimo un passatempo senza tante pretese: e non si fa critica su un passatempo.

molto d'accordo con sergio pasquandrea. e rilancio: in italia si vendono anche un sacco di cereali, ma non c'è nessuna rivista di critica sul vasto mondo della prima colazione. insomma, il gambero rosso non recensisce la kellogg's. vorrà dire qualcosa?
temo che da noi, malgrado le alte vendite, la considerazione di cui gode il fumetto sia più o meno pari a quella di cui godono i cereali: se al super non ci sono i ceerios, compro i miel pops e amen.

ah, dimenticavo: per me i cereali sono una cosa tremendamente seria. posso girare anche 4 supermercati diversi per trovare il "mio" musli. sono gli altri a essere superficiali e onnivori, ecco.

Lanci una questione assai interessante, Tito.

Effettivamente è strano che la critica venga lasciata in mano a volontari, che, logicamente, non sempre sono all'altezza (ma a volte sì, fortunatamente). E talvolta peccano di non-indipendenza. Come molti addetti ai lavori o editori, d'altra parte.

La prima considerazione che mi viene in mente è questa: in Italia, se escludiamo dal gioco Bonelli e Disney, gli editori che effettivamente pagano in maniera dignitosa (ovvero: a tavola, poi non importa quanto) gli autori sono quattro in croce... Come possiamo pensare che, in un mondo in cui l'autore non viene pagato (o riceve un anticipo miserrimo), venga pagato un critico?

La domanda che mi faccio (ad alta voce) è: fermo restando che l'attuale situazione è anormale, non è forse meglio avere critici non professionisti, ma qualche volta capaci e spesso indipendenti, piuttosto che critici professionisti che fanno gli asini, legati dove vuole il padrone?

Il problema è malposto. Si confonde la buona critica (l'analisi) con la recensione. Esiste una Critica in Italia e ogni anno escono saggi pregevoli.

Quello che credo tu (mi permetto, senza offesa, di accorciare le distanze), come altri, lamenti è la mancanza di buoni recensori, di professionisti, di giornalisti... una generica incompetenza delle webzine amatoriali, un eccessivo buonismo ecc.

Io, come "critico", in tutta onestà, preferisco dedicarmi a un libro e pagarmi qualche rata della macchina. I quattro spiccioli (o i fumetti) che pagano le webzine giustificano appena la voglia di dedicarsi a un'intervista.

Una recensione seria, approfondita, accurata richiede tempo. E in Italia questo tempo nessuna rivista lo paga. Risolto il mistero. Non mancano i critici, mancano i soldi.
Poi c'è chi si dedica alla recensione per passione... e ultimamente va di moda sparargli contro. La soluzione è semplice: si sa benissimo quali sono le persone competenti in campo critico, manca solo una rivista che li assuma.

Valentino ha ragione: mancano i soldi, non le competenze. Di libri interessanti ce ne sono sempre (basti pensare a quello di Romani e Burattini su Ferri, che forse mi piace perché sono citato più volte :-), di recensori competenti sulla stampa generalista magari meno, ma ce ne sono.

Un dibattito sulla critica è uscito un paio di mesi fa su Scuola di fumetto, con interventi dei vari Brunoro, Boschi, Cuccolini e Di Nocera.

Però, con i pochi soldi che girano, la critica italiana di cose belle ne ha fatte e ne fa, anche se non sempre apprezzate e ahinoi poco lette.

Ciaoissimo
Stefano

Urca... di ritorno da una giornata in riva al lago, trovo commenti molto interessanti. Grazie a tutti.
Ci faccio su una riflessione, poi commenterò a mia volta. Certo, la cosa dei cereali mi ha dato da pensare...

"Si confonde la buona critica (l'analisi) con la recensione."

La recensione è il più classico esercizio della critica.

Umanamente spiace anche a me "sparare contro" qualcuno che fa una cosa gratis, pieno di sacro ardore e buona volontà. Ma a me, come lettore, che cosa può importare se abbia scritto una recensione strapagato o per amore della causa? Questo la renderà migliore o peggiore, più precisa, meno raffazzonata?

Altro piccolo spunto: si parla della musica e dei critici "professionisti". Ma come mai nessuno fa mai riferimento alle fanzine autoprodotte, che spesse volte sono mille volte meglio delle riviste tradizionali? Seek & Destroy era una fanzine punk autoprodotta, eppure ha dato le piste (e l'ispirazione) a tanta stampa "riconosciuta"...
Non è che si torna sempre al solito discorso tutto italiano del "lei non sa chi sono io"?
Ovvero: "Faccio una fanzine? Sono poco professionale. Scrivo per una rivista istituzionale? Sono un critico serio."
Ma deve sempre funzionare così?

Personalmente credo che alla fine la questione nasca da un problema, quello della scarsa rilevanza che ha il fumetto all'interno della cultura italiana. E questo a ben vedere suona pure paradossale, alla luce dei numeri riguardanti le vendite.
Il problema credo sia culturale: il fumetto in Italia viene visto come puro entertainment, e per questo motivo snobbato da tanti (al punto che delle volte il termine "fumetto" viene insensatamente usato in senso negativo per definire alcuni film con effetti speciali e tanta azione). Ora, a parte che il fatto che il fumetto (così come il cinema, la letteratura...) non è solo entertainment, ma se anche lo fosse perché snobbarlo? Purtroppo questa è una malattia tutta italiana, e finché non cambierà qualcosa a livello culturale, difficilmente potrà esserci spazio per dei critici fumettistici di professione.
Piuttosto, una domanda Tito: non ho ben capito il senso dei tuoi dubbi su un eventuale mancato supporto del "sistema fumetto" alla critica? Cioè, secondo te in che modo il sistema sceneggiatori-disegnatori-editori avrebbe dovuto/potuto supportare ed incentivare una nascente classe di critici fumettistici? E se l'avesse fatto, non ci sarebbe stato il rischio di una scarsa indipendenza di questi critici nei confronti del "sistema fumetto"?

No, non deve funzionare sempre così, Antonio. Ho cominciato anch'io con una fanzine (musicale), circa mille anni fa...
Sento la mancanza di qualcosa d'altro, però, nel mondo del fumetto. E mi chiedo, appunto, perché manchi. (Poi, chissà, se ci fosse questa critica ufficiale/professionale, ora saremmo qui a lamentarci dei "soliti tromboni"...)

Scusa Tito,
ma se in America la serie più venduta vende veramente solo
200 milacopie, allora vuol dire che il mercato americano,
in proporzione al nostro, è una briciola.
Ciò è devastante, direi.

Comunque, in Francia, Titeuf vende più di un milione...

Ciao, Claudio, mi fa piacere trovarti qui.
La serie più venduta arriva anche a meno di 200mila, mi sa. Ma è un mercato che ha le sue regole, i suoi vantaggi, i suoi sviluppi particolari che altrove non possono esserci (il cinema, per esempio).
In ogni caso, non volevo certo fare la gara a chi ce l'ha più grosso (il mercato). Il punto è che quello italiano è oggettivamente grosso, importante.

Ah!
Ti fa piacere trovarmi qui?
Perché, mi conosci?


Comunque, magari un giorno mi piacerebbe apporofondire la morfologia del mercato americano.. casomai ne riparliamo in altre sedi....

Tra le tante ottime considerazioni mi sembra ne manchi una di carattere pratico: la scarsa fruibilità "storica" del mezzo. Quando parliamo di autori di fumetti, soprattutto classici (pensiamo alla prolificità di un Bonelli, di un Giovan Battista Carpi, di un Jacovitti), parliamo spesso di decine e decine di migliaia di pagine sparse in ogni dove e spesso scarsamente rintracciabili. Non è un ostacolo da poco: per ricostruire la carriera di un autore di fumetti tocca spendere denaro (tanto) e tempo (tantissimo), per poi trovarsi a scrivere di cose che per forza di cose interesseranno un numero limitatissimo di persone. Con registi, cantanti e scrittori è tutto relativamente più a portata di mano.

Claudio, non sono poi così distratto... e il tuo nome gira.

Tommaso, comunque si può cominciare parlando delle cose a portata di mano. Che sono comunque parecchie e interessanti.

Il dibattito innescato dalle considerazioni di Tito Faraci presuppone, a mio avviso, il porsi a monte altre domande prima di poter rispondere a quella che è poi la questione fondamentale: Perché non esiste una critica professionale del fumetto?
Provo a farmi(vi) queste domande e a rispondere per allargare il dibattito. Le domande sono:
1- Il critico: chi è costui?
2- Che ruolo dovrebbe avere la critica nell’ambito del fumetto?
3- È utile che esista una critica professionale nel mondo del fumetto?

Partiamo da chi è il critico. Il critico (di letteratura, così come di cinema o di fumetto, o di qualsiasi altro oggetto culturale) dovrebbe essere un po’ come l’arbitro di una partita di calcio: ci si trova spesso al centro del gioco, senza essere giocatori, e fra due squadre: i lettori da un lato e gli autori dall’altro. Ma soprattutto si prendono decisioni (giudizi) che molto spesso scontentano tutti: tifosi e giocatori. Non è, insomma, un bel mestiere. Anzi, spesso nel mondo del fumetto, non è per tutti un vero e proprio mestiere, nel senso di un lavoro per cui si viene pagati e con cui ci si campa. Nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a persone che semplicemente praticano un hobby, magari preso sul serio ed eseguito in modo professionale, ma che occupa comunque il tempo libero di chi lo pratica.
Fuor di metafora calcistica, Il critico dovrebbe essere colui che tenta di inquadrare il fumetto, ed è in grado di interpretarlo ed analizzarlo. Sa leggerne tanto i segni interni al testo tanto quelli esterni.
Per rispondere alla seconda domanda, “Che ruolo dovrebbe avere la critica nell’ambito del fumetto?”, non si può non partire dall’oggetto della critica, nel nostro caso la storia a fumetti. Una critica che sia efficace deve – a mio avviso – essere una sorta di ulteriore espansione della stessa opera a fumetti. Deve esserne il controcanto, evidenziarne i pregi così come i difetti, ma sapere soprattutto indicarne – o almeno ipotizzare – le cause sia dei primi sia dei secondi. Non bisogna temere, però, di toccare nervi scoperti (degli autori, dell’editore, etc.). Se una critica è fatta senza pregiudizi è utile a tutti, lettori, autori, editori e addetti ai lavori.
Da qui derivano anche la risposta alla domanda: È utile che esista una critica professionale?
La critica, quando è ben fatta, significa per lo stesso recensore occuparsi di un mondo, quello dei comics, di cui si è fondamentalmente innamorati, appassionati per l’appunto.
Ed è utile per l’autore del fumetto, il quale deve confrontarsi a viso aperto con il critico, previo il reciproco riconoscimento di ruoli e funzioni. La recensione deve essere per l’autore – disegnatore o autore dei testi che sia – una valutazione attenta e competente del suo lavoro. Un punto di vista “altro” che va tenuto conto dal lettore, dagli autori, dall’editore e dagli altri addetti ai lavori (editor, curatori di testate, etc.).
Oltre l’autore, l’altro è sicuramente più importante punto di riferimento del critico deve essere il lettore. È a lui che il critico sostanzialmente deve rivolgersi e di cui deve esserne in qualche modo una guida, un consigliere ed una sorta di alter ego. Non deve semplicemente aiutarlo a comprare questo o quel fumetto – o almeno non solo -, ma fornire in poche parole una griglia interpretativa dell’opera di cui si sta parlando, aiutarlo anche e nei limiti del possibile, a renderlo un lettore consapevole. È fondamentale in tal senso il linguaggio: bando a parole astruse, a discorsi arzigogolati, a riferimenti poco conosciuti dal lettore. Semplicità: questa deve essere la parola chiave per chi vuole fare critica.
Sul “Perché non esiste una critica professionale del fumetto?” provo a fare qualche breve considerazione.
Il fumetto – per una serie di pregiudizi storici - non è stato considerato un prodotto culturale su cui valesse la pena soffermarsi da parte dei grandi media – quotidiani in testa – che, infatti, non parlano stabilmente di fumetto (con, ad esempio, recensioni se non quotidiane, almeno settimanali).
Ovviamente i critici non mancano, e non mancano i libri di critica, ma queste produzioni rimangono confinate nell’area degli addetti ai lavori. Altra cosa sarebbe, per un lettore comune, magari neanche appassionato di fumetti, aprire un quotidiano e poter leggere una recensione dell’ultimo numero di Tex.
Internet, con i siti e i blog, ha in parte sopperito all’esigenza di uno spazio stabile dove parlare di fumetti, ma qui entra in gioco una questione nuova: come fa il lettore a capire che chi scrive una recensione su un sito abbia le competenze per poterlo fare? E dall’altra parte della barricata: come si conquista la “patente” di critico?
Mi fermo qui, perche ho anche esagerato nella lunghezza e chiedo scusa…

Qui

http://www.youtube.com/watch?v=yT1gvjRYYbA&feature=related

Lucio Battisti rispondeva a un critico (il celeberrimo Renzo Nissim) che gli contestava scarse qualità vocali, tali per cui, secondo lo stesso Nissim, Battisti si sarebbe dovuto limitare a scrivere le sue canzoni (che, oltretutto, non erano sue, quanto alla parte poetica) su un manifesto da distribuire all'uscita dei cinematografi.
Lucio tranciava quella discussione piuttosto noiosa dicendo più o meno: Le cose che faccio vi emozionano oppure no?
È tutto qui, in fondo. Un certo fumetto emoziona, diverte, intrattiene, stimola il ragionamento? Sì o no? Basta stabilire questa faccenda e poi si può tutti andare a fare qualcos'altro. Critici compresi.
Io vedo due ordini di problemi.Il primo: se un tizio si sente investito da particolari "competenze critiche/recensorie" si sentirà fatalmente autorizzato a dire qualsiasi cosa gli passi per la testa.
Secondo ordine di problema: la Rete ha trasformato tutti in critici laureati e in esperti di prima grandezza. Pertanto, la quantità di scemenze che si scrivono e si leggono ha ormai tracimato qualsiasi argine.
A onor del vero, va detto che in Rete si trovano anche autori di fumetti che - a prescindere dal reale loro valore e dalla reale loro esperienza - parlano di sé stessi con toni a volte veramente imbarazzanti, auto-insignendosi di patenti e titoli, convinti di essere depositari di una scienza segreta che pochi possono capire e pochissimi (quasi nessuno) praticare.
Questo mi fa pensare che a volte lo scontro tra (certi) fumettisti e (taluni) critici in realtà altro non è che uno scontro tra bulli, in cui l'oggetto del contendere è, sostanzialmente, la misurazione dei rispettivi pacchi. Le solite storie di maschi, insomma.
Chiudo dicendo che per me l'utilità di un critico (televisivo, letterario, cinematografico, musicale o fumettistico) è più o meno pari a quella che un pigiama può suscitare al mio gatto. Ho conosciuti alcuni critici. Forse sono stato sfortunato io, ma mi sono parse persone dotate di una superficialità quasi dolorosa. Non mi riferisco ai ragazzi dei forum, ovviamente. Lì è tutto un altro discorso in cui prevale la passione (che, a volte, ti può fare sbarellare). Parlo di qualificate persone che si qualificavano come qualificati esperti del settore fumettistico.
Guccini cantava: " Colleghi cantautori (…) che cosa posso dirvi? Andate e fate. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate".
Il fumetto non ha bisogno di critici, ma anzitutto di lettori. E magari di divulgatori (che è figura diversa sia dal critico sia dal recensore). Gente dotata di passione, di capacità e disponibilità a emozionarsi. Se poi qualcuno li paga, meglio per loro.

Ebbene sì! Da giovane sono stato anch'io Critico di Fumetti! Due considerazioni: non ho mai percepito un soldo. Mi sono fatto più nemici che amici (i fans di Castellini a Lucca mi volevano menare). La critica non esiste, esiste solo il volontariato più o meno di lusso perchè è vero che il fumetto muove tanti soldi, ma sono monopolio di pochissimi editori che spesso non spendono neanche per farsi pubblicità, figuriamoci per finanziare la critica. Perchè è vero che il fumetto non ha la dignità culturale di cinema, teatro e musica, e questo è un gap che potrà colmarsi solo dopo numerose generazioni. Perchè spesso chi critica i fumetti prima o poi li fa, ed è difficile mantenersi obiettivi. Soprattutto in un ambiente contraddistinto da eccezionale litigiosità come quello del fumetto.

Ah, sul valore e utilità dei critici: senza l'appassionata recensione di MMLupoi sulle colonne di Fumo di China, non avrei mai letto Watchmen nel 1987 e probabilmente la mia vita sarebbe diversa.

Fausto, sentivo la tua mancanza! Finalmente! Un altro intervento su cui ragionare, il tuo...


... così come quello di Gianni Barbieri, che mi fa piacere vedere qui. Benvenuto.

Mi piace e trovo molto stimolante come si sta sviluppando e ramificando il dibattito.

Carmine dice:
"Altra cosa sarebbe, per un lettore comune, magari neanche appassionato di fumetti, aprire un quotidiano e poter leggere una recensione dell’ultimo numero di Tex."

Be', sarebbe una bella cosa. Non così assurda, tutto sommato. Parlerebbe a un quarto di milione di persone che comprano TEx, tutti i mesi, e a chissà quanti altri che sanno che almeno cos'è...

Ok, mi pare sia diventato un dibattito da addetti ai lavori XD
Riguardo a quel che ha detto Carmine, però, non esageriamo: i film, gli album vengono recensiti, ma ad esempio le serie tv vengono prese nel loro complesso, mica episodio dopo episodio! Recensire ogni uscita di Tex non sarebbe un po' inutile e ripetitivo? (ammetto però di non leggere Tex, quindi magari sbaglio).
Però presentare una nuova testata, un nuovo progetto o un albo stand-alone, quello sì, manca un sacco. Una cosa buona cmq questa discussione l'ha già fatta: ho scoperto che esiste ancora Scuola di Fumetto! sono anni che non la trovo in edicola... ma 5 euro a numero sono troppi :/.

"Umanamente spiace anche a me sparare contro qualcuno che fa una cosa gratis, pieno di sacro ardore e buona volontà. Ma a me, come lettore, che cosa può importare se abbia scritto una recensione strapagato o per amore della causa? Questo la renderà migliore o peggiore, più precisa, meno raffazzonata?"

Appunto Tito, perché un bravo critico (o recensore) dovrebbe allora dedicarsi a quello che definisci "l'esercizio classico", ovvero la recensione, gratuitamente, quando può guadagnare dedicandosi comunque a ciò che lo appassiona?
Non è una questione di "lei non sa chi sono io", né di "i bravi scrivono solo libri", Gli articoli e le recensioni di Eco, Groensteen, Boschi, Lorenzon, ecc. presenti sulla rete non si contano. Il fatto è che per fare una recensione decente (non il 'commento' da 10 righe, per cortesia) ci vuole, ripeto, tempo e questo va pagato. Non tanto per una questione di giustizia o correttezza nei confronti dell'autore, ma per il semplice fatto che un bravo critico, magari giovane, dopo aver cominciato gratis sulla fanzine, quando capisce di poter guadagnare con la propria scrittura, ridurrà parecchio la 'beneficienza', perché alla fine dei giochi, le bollette vanno pagate. E non per cattiveria o per cupidigia, ma... detto semplice: se vedo che il mio lavoro di scrittura critica viene retribuito in un formato diverso (come libro o intervento in un saggio) o su argomenti di altro tipo, il tempo che resta per dedicarmi no profit a recensioni e interviste su webzine si annulla.

"Il lettore se ne frega!"
"Gli appassionati e volenterosi non hanno le capacità"

Sono due luoghi comuni che non condivido. Ciak costa meno di Segno Cinema o Duellanti, ed è anche più colorato e pieno di gossip, ma le ultime due continuano a vendere... segno che a qualcuno interessa ancora la buona critica. FucineMute, Fumetti di Carta, De:Code e Lo Spazio Bianco sono realtà che, nonostante il budget nullo, riescono a raggiungere livelli di qualità a volte davvero notevoli.

Caro Valentino, è davvero un peccato (e qui è una questione di fondo) che quasi nessuno possa dedicarsi all'esercizio della critica di fumetti con un corrispettivo economico.
La cupidigia non c'entra. È una questione di semplice sopravvivenza.

Premesso che condivido in pieno il giudizio di Sergi sui siti di critica citati e che condivido il tuo quesito iniziale (come chiarito in altra sede), forse il punto è proprio lì: come possono dei professionisti (nel senso di pagati per quello che fanno), pretendere professionalità da chi non lo è (nel senso di chi lo fa per semplice passione).

Ecco, forse il punto è questo.

Il mondo del fumetto deve ancora fare parecchia strada per raggiungere quello che, più o meno esplicitamente, ti auguri succeda.

Per Xalira: recensire un fumetto seriale come Tex non è, a mio avviso, un esercizio inutile, per il semplice fatto che se l'albo x è scritto da Mauro Boselli e disegnato da Corrado Mastantuono ed il successivo è stato scritto da Gianfranco Manfredi e disegnato da Fabio Civitelli, qualche differenza deve pur esserci.. Io credo proprio di si. Sui telefilm, posso dire che esistono recensori che parlano del singolo episodio.

Per Valentino: sono d'accordo con Tito, la recensione è la forma per eccellenza dove si misura la validità di un critico. Anche in dieci righe si può dar conto di un fumetto, o di un libro... Qui sta la bravura e la competenza di un critico... Per un critico, scrivere un libro dovrebbe essere un corollario. Si può scrivere anche un saggio storico sul fumetto o puramente informativo, senza essere un critico. Il problema vero è che il mercato editoriale non permette la nascita di una critica "professionale", ossia pagata per questo lavoro, ma questo non deve impedire ai critici di fare la loro parte e negli spazi che il mercato mette a disposizione (anche blog e siti). Poi sulla qualità della critica, si può discutere....

Il critico non pagato recensisce quello che gli piace: mica butta quattrini e tempo per cose che non gli interessano. Quindi tutta una serie di prodotti, pur degni, che magari stravendono, finiscono comunque per non essere segnalati. Questo è lo stato attuale della "critica" fumettistica.


La coesistenza delle "alte" vendite di alcuni fumetti e dell'assenza di critica fumettistica "professionale", anche se i due fattori non paiono causalmente correlati,
mi pare del tutto naturale.

Tex, il bonelliano, il disneyano, possono naturalmente essere descritti, recensiti, analizzati, sviscerati, suddivisi in "periodi", e i loro sottotesti premasticati per il lettore. Ma la domanda è: è necessario farlo?
Meglio, alla maggioranza dei loro lettori servono queste procedure?

La mia convinzione è che no, questa critica non è indispensabile, e che pure sì, quei lettori ne sarebbero arricchiti, resi più consapevoli e guidati alla scoperta di un pianeta artistico. Ma la mia opinione è davvero fondata, oppure deriva dalla presunzione di un appassionato di conoscere davvero che cosa sia meglio per un fruitore di cultura?

Tex è realizzato da Mogol (di tanto in tanto "solo" da Barbera) che scrive per Celentano: un prodotto di qualità, ma anche "di conformità" (n.b. non di "conformismo"), che gode di una componente (fortunatamente?) rigida nella sua domanda, di lettori per i quali la scelta se acquistare o meno l'"ultimo" uscito passa molto di rado per la lettura di una recensione.

E' vero, il critico non è soltanto dispensatore di consigli per gli acquisti, ma mi sembra che il suo compito, relativamente a un qualsiasi ambito artistico, sia di analizzare "cosa stiamo leggendo", "dove siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando" (il tenore marzulliano non offuschi la crucialità delle questioni).
Nel trattare tali temi, mi è però apparso spesso labile il confine tra l'approfondimento e l'interpretazione e quella autoreferenzialità e compiacimento che, temo lo si debba ammettere, è sconosciuta ai lettori dei "grandi numeri".

Riflettevo anche, per quanto può valere, sul settore cinematografico qui più volte citato, del quale tutto si può lamentare fuorchè la penuria di critici.
Eppure, a fronte dell'onnipresenza della critica "professionale", "autorevole", "dottorale", di ciclopiche dimensioni, che puntualmente lancia i suoi strali contro i cinepanettoni vanziniani, sono questi ultimi a costituire per il cinema italiano l'equivalente "in vendite" del disneyano o bonelliano per il fumetto.
Non lo fu, ad esempio, un film come "Radiofreccia", o altri secondo me assimilabili ad un albo Bonelli in quanto anch'essi validi connubi tra qualità e conformità (n.b., di nuovo, non conformismo). Sembrerebbe quindi che il settore del fumetto italiano, anche se lasciato a sé stesso e alla vita, anche senza "critica professionale", sia graziato da un pubblico che non premia a tutti i costi la mediocrità in sé e per sé. Siamo dunque più fortunati di quanto amiamo dipingerci?

Il punto è: io amo il fumetto e adoro baloccarmi con esso.
Per questo amo leggere critica.
Il lettore medio di Tex ama quel fumetto, magari altri ancora, e basta.
E già non è affatto poco.

Credo che molti ritengano possibile pensare a una critica fumettistica proselitica, che trasformi il "lettore" in "appassionato". Quindi che allarghi i suoi interessi ad altre realtà. Spingendolo ad acquistare altro oltre a ciò che già leggerebbe in assenza di critica. Non è da escludersi a priori.

Eppure, per parafrasare un post precedente: il meraviglioso "lettore da tram" vuole leggere
critica?. E se la critica non è rivolta ai lettori, allora a chi?

Inoltre, la critica fumettistica già esiste. Dove starebbe allora il problema?

Il problema, come qui prospettato, mi pare differente: acquisire a tale critica
maggiore dignità e visibilità specifica, come via per innalzare lo stesso medium.
Se continuo ad avanzare molti dubbi sull'automatismo di tale forza nobilitante della critica rispetto al fumetto devo tuttavia dirmi d'accordo sul "bisogno" di tale "innalzamento", in un modo o nell'altro. Ma con una preoccupazione.

Mi spiego meglio.

Nel caso dei citati "Persepolis", "Maus", ovvero il fumetto sdoganato, l'"Agenzia delle Dogane" è stata proprio la critica, prima dei lettori.
Una critica che tuttavia ha sovente utilizzato l'assioma ideologicamente esecrabile per il quale lo specifico fumetto X è bello perchè riesce a "valere quanto un libro". Per questo comprendo quanto da noi sia sentita la necessità di una critica espressamente fumettistica che acquisti la visibilità necessaria.

In buona sostanza, quindi:
1) no, la contemporanea presenza di prodotti editoriali dalle buone vendite e l'assenza di critica fumettistica "professionale" non è affatto un paradosso.
2) sì, sarebbe per tanti motivi auspicabile la nascita di una critica più visibile.

Un solo aspetto della questione mi preoccupa, forse a causa della mia istintiva e a volte frettolosa simpatia per il "piccolo", l'"alternativo", unita al timore per tutti casi in cui "professionale" non sia il contrario di "dilettantesco" bensì di "aperto".

Come si fa la critica fumettistica dei fumetti con moltissimi lettori... rivolta a moltissimi lettori? Come si fa la critica "professionale" visibile, per la platea?

La si fa, per restare nell'analogia con l'ambito musicale, realizzando l'equivalente fumettistico di Viva Verdi, il bollettino SIAE ove anche nella buia contemporaneità possiamo bearci in ogni numero delle foto di Battisti in groppa al ciuccio? (Scusi, Fausto) O ci si allinea agli spazi musicali sui quotidiani o nei programmi televisivi ove si saluta la solidità e incontestabilità artistica dei siddartha metropolitani unti e consacrati a San Remo?

Anche i critici fumettistici, a quei livelli, dovranno limitarsi a fare il riassunto degli ultimi fumetti istituzionali, il sunto dell'ultimo fumetto/Elisa, o fumetto/Subsonica se si scrive a Torino, fumetto/Negramaro se si scrive al sud?
Oppure noi amanti del fumetto, in quanto geneticamente superiori, riusciremmo a conciliare la competenza, l'imparzialità, la ricchezza e profondità, l'attenzione al nuovo, in una parola la qualità della critica, con l'altezza e le responsabilità del nostro seggio, con le esigenze di tutela del Prodotto Interno Lordo e dei nostri Parmigiano Reggiano fumettistici? Io preferisco continuare a poter leggere da qualche parte, magari su un giornale che fa mille copie, che i Finley sono una truffa, capire su quali basi lo si afferma, e decidere poi se essere d'accordo o meno.

E poi, quanti critici e giornalisti da me amati quando scrivevano "nel piccolo" o "nell'amatoriale" nei settori letterari, musicali e anche fumettistici, ho trovato irriconoscibili nei loro interventi sulla stampa generalista! così preoccupati di doversi rivolgere ai "non addetti ai lavori" (ominidi privi di dito opponibile?) da non rendere assolutamente l'idea della bellezza e della complessità della loro materia, in una parola: senza invogliare nemmeno un po' a conoscerla.

Ho confuso la "Professionalità" con l'"Importanza mediatica"?
Forse, eppure bbiamo già, tra l'altro, escludendo il mondo della rete, "Fumo di China" o "Scuola di Fumetto", ecc.
Quindi, o questi due non sono esempi di "Professionalità", oppure sappiamo che non sono sufficienti, perchè sono diretti alla nostra amata "riserva indiana".
Quando si lamenta la mancanza di una critica fumettistica "professionale", si intende quindi che il mondo ha bisogno di "tizi" seri e competenti che scrivano almeno sul settimanale di approfondimento allegato al grande quotidiano, e che per lo meno si smetta di far scrivere il pezzo sulla riedizione di Corto Maltese in allegato al giornale X al dietologo che normalmente scrive su Men's Health.

Vorremmo quindi che una critica "professionale" trattasse il fumetto con competenza e ne portasse il Verbo alle moltitudini, o almeno alle "abbastanzitudini". Ma che cos'è che preferiamo davvero?
Che la nostra riserva indiana diventi più grande, grandissima, per essere di più e esser più felici (in una riserva), oppure che qualcuno ci faccia "liberi tutti", ma bruciando la riserva e dimenticando tutte le belle cose che raccontavamo attorno al fuoco? Forse temo questa eventualità, ed è forse per questo che il mio intervento puzza di nostalgia per l'apecar e il megafono da "vecchia sede di partito".

Tuttavia, (lasciamo da parte per un attimo il termine "Otaku", carico di specificità e di un certo disvalore, e continuiamo usando allegorie "texiane") la scena della critica fumettistica sembra proprio una riserva indiana dove ancora si respira, pur tra le periodiche umiliazioni da parte dei "visi pallidi", aria incontaminata delle praterie.
Sarà la paura di essere "disillusi e contaminati" a rendere tanti "appassionati" simili a lamentosi cumuli di chiacchiere e distintivi invece di tentare la strada del critico "professionale"?

Professionista.
Questa parola è quantomeno stropicciata ormai :-)
Il Professionismo è davvero lontano dalla Critica del Fumetto?
Qualche nome: Umberto Eco, Vincenzo Mollica, Ferruccio Giromini, Claudio Paglieri, Laura Scarpa, Luca Boschi, SmokyMan, Valentina Semprini, Gianni Brunoro, Gianfranco Goria e potrei andare avanti a lungo. Credo che a buon titolo ognuno di loro abbia una indiscutibile professionalità nel far Critica o (preferibilmente) Giornalismo del fumetto e mi sa che ognuno di loro abbia potuto beneficiare di retribuzioni presto o tardi per il lavoro che ha svolto. Quindi mi chiedo, davvero l'italia è così carente di critici del fumetto "professionisti"?

Una Professione è "un'attività svolta allo scopo di trarne un guadagno", ma grazie a Dio il dizionario italiano è più elastico di me quindi aggiunge "le cosiddette “professioni intellettuali” consistono nell’espletamento di attività di natura prevalentemente intellettuale il cui esercizio richiede una peculiare formazione culturale, scientifica e tecnica; esse si caratterizzano per l'autonomia decisionale nella scelta delle modalità di intervento, e per la responsabilità diretta e personale sul proprio operato."

A questo punto possiamo aggiungere tutti quei critici che per esempio (ma non solo) sulle webzine trovano spazio anche senza retribuzione ma che hanno di fatto una "peculiare preparazione culturale".

Detto questo, è vero che esiste una "critica" sul Fumetto realmente preparata? Sì, esiste... ma è intellettualmente onesto generalizzare?

Non esiste un "ORDINE dei Giornalisti di Fumetto"... no, non esiste.
I luoghi di critica e di analisi però non mancano proprio, anzi, l'avvento dei Blog ha fatto sì che a volte l'autore stesso faccia Autocritica e dia la possibilità anche ad altri di lasciare impressioni e osservazioni beneficiando l'uno del altro in uno scambio reciproco di opinini, entusiasmi e idee. Allora ben vengano i critici non professionisti ma PREPARATI e ben vengano autori Critici e Autocritici, perché chi più di loro può conoscere cosa c'è dietro il Mestiere del Fumetto?
Evviva le Webzine, i Blog e le apparizioni di bravi autori in TV!
Abbasso i brutti fumetti. :-)

Sono un po' disorientato. È un intervento molto lungo, caro Marco, in cui devo un po' districarmi.
C'è un assunto sulla cosiddetta conformità che mi lascia un po' perplesso. Stando solo in ambito Bonelliano, che ormai è un arcipelago molto vasto e variegato (seppure con un formato e linee editoriali coerenti), ci sarebbero tante cose di cui parlare...
E così pure è vasto e tutt'altro che uniforme il panorama disneyano. E poi l'Eura, Diabolik, Lupo Alberto e - non dimentichiamocelo, per carità! - il gran numero di fumetti stranieri tradotti in Italia! La critica musicale italiana forse recensisce solo dischi nazionali?! I critici cinematografici italiani guardano solo film di produzione nostrana?!
E allora ci sarebbe da parlare di manga, di supereroi...
E ancora... il mondo sempre più grande (o, se preferite, meno piccolo) delle graphic novel, dove troviamo un fenomeno come Gipi (e non solo lui).

Tu puoi anche dirmi che nessuno legge tutte queste cose insieme. Vabbe', è anche raro che qualcuno senta sia gli Wire sia i Sepultura (come me). Ma c'è molta gente a cui i fumetti piacciono come ad altri piace il cinema o la musica, con gusti vari e ampi.
E poi quelli che guardano il fumetto da lontano, ma con curiosità, e gradirebbero essere informati.
A tutta questa gente ci si potrebbe rivolgere, con una critica fumettistica capace di mettere il naso fuori dall'orticello. Ma con autorità.

Spero che questa sia almeno in parte una risposta. Magari, se ci sarà da replicare, cerchiamo di farlo con un minimo di sintesi, però.

Caro Andrea, benvenuto.

Credo di avere risposto qui ad alcune cose che dici (comunque, molto interessanti):

http://titofaraci.nova100.ilsole24ore.com/2009/04/da-che-pulpito.html

Ciao
Tito


Sì ma tu lì parli di LETTORI e mi sembra ben più logico il discorso. Qui parli di critici di professione.
Semplifico: Chi giudica chi? E poi, siamo così sicuri che ci sia questa CARENZA di Critici di Livello?

In quel post esemplifichi bene facendo l'esempio della musica e da musicista ed estimatore di molti generi, trovo il parallelo abbastanza adatto dove la partitura/sceneggiatura è leggibile o comprensibile a chi è avvezzo a comprendere come si legge una quartina/vignetta, per quale ragione si mette in chiave/forma della vignetta un rigo e via dicendo. Le speculazioni in questo senso si sprecano. A questo proposito mi viene in mente il carteggio di qualche mese fa, tra Uto Ughi e Allevi.
Doveva essere un grande come Uto Ughi a svelare cosa fosse Allevi? Eppure fior di critici avevano già spiegato bene la presa in giro.

Insomma scopro le carte, io credo che di critici del fumetto in italia ne abbiamo e ne abbiamo anche molti e alcuni anche molto bravi e competenti ma molto spesso, forse, i canali sono deboli o indeboliti dalla mancanza di autocritica da parte di alcuni di noi, o forse anche indeboliti dall'atteggiamento tutto italiano di giudicare il giudicante. Berlusconi docet, no?

Caro Tito, nel 2007 pubblicai sul dodicesimo numero di una piccola fanzine denominata "Out" il seguente intervento sulla critica fumettistica in Italia (argomento intorno a cui, peraltro, è attualmente in corso un dibattito sulla rivista "Scuola di Fumetto"). Lo ritengo ancora perfettamente valido.

Un cordiale saluto.

Giuseppe Pollicelli

http://www.adlp.it/critica%20fumettistica.htm

Non vorrei ripetere considerazioni già espresse da altri, o meglio, da altro. Concordo in pieno con quanto ha scritto Fausto; non posso certo spiegare meglio di quanto non abbia già fatto lui.

Come al solito parlo da semplice appassionato, perdonatemi se non seguo i vostri ragionamenti ma vista l'ora tarda rischierei soltanto di non trattare il tema come dovrebbe.
Non so come la pensano gli altri ma io sinceramente l'esigenza della critica proprio non la sento, forse perché reputo che il miglior giudice sia me stesso, forse perché il fumetto è un prodotto diverso da un libro o un film.
Non voglio dire se sia più o meno "serio", più o meno valido, non me ne importa. Il punto è che se voglio farmi un'idea di un film l'unico mezzo alternativo ai trailer (non proprio il massimo della vita) è la critica. Per i libri manco i trailer ci sono! Potrei sfogliarmelo in libreria, ma leggere 20 pagine non è proprio il modo migliore per farsi un'idea a proposito. Anche in questo caso la critica è praticamente l'unico mezzo per capire il valore di un'opera.
Per i fumetti è diverso. Posso pure leggere opinioni e critiche degli altri però alla fine vado in fumetteria e sfoglio il fumetto; se ho sensazioni positive compro, altrimenti resta sullo scaffale.
Poi magari è il mio approccio ad essere sbagliato però mi è capitato spesso di aver comprato fumetti (es. Ghost in the shell) perché acclamati ed esserne rimasto puntualmente deluso.

Oggi il lavoro è una corsa contro il tempo... e sta vincendo lui.
Scusate se non intervengo subito, se non per ringraziare vecchi e nuovo arrivati per gli interventi sempre più interessanti.

Ci risentiamo più tardi. Ciao

L'intervento di Giuseppe Pollicelli (ciao Giuseppe!) è a mio parere conclusivo sulla REALTA' della critica fumettistica. Poi possiamo raccontarci balle, se volete. Per tornare all'origine del dibattito, sul perchè non esiste una critica fumettistica anche se il fumetto muove tanti soldi ed è letto da tante persone, la risposta è che culturalmente non ce la possiamo fare. I fumetti, nelle classifiche di vendita dei giornali seri, sono alla voce VARIA assieme alla botanica; nei giornali seri si parla di fumetto solo in termini di costume, tipo Dragonball e pedofilia, la morte di Batman, il film di Wolverine; i fumetti non partecipano a premi letterari... e potrei continuare. Le cose sono un po' migliorate negli ultimi vent'anni, lo posso testimoniare, ma il gap culturale con la Francia è ancora un abisso e ci vorranno generazioni per colmarlo. La colpa è anche di un modello educativo che mortifica l'immagine, in cui l'illustrazione deve essere "ancella della parola".

"la recensione è la forma per eccellenza dove si misura la validità di un critico. Anche in dieci righe si può dar conto di un fumetto, o di un libro... Qui sta la bravura e la competenza di un critico..."

L'attività principe della critica è l'analisi, e la bravura si misura nella capacità di presentare un caso al pubblico nel modo più chiaro possibile dopo aver utilizzato il maggior numero di strumenti a disposizione. La confusione nasce dall'associazione Critica=criticare, cioé fornire un giudizio. Nel processo di analisi i giudizi vengono limitati e riportati quasi esclusivamente nelle conclusioni. 10 righe per un'analisi sono una barzelletta. In 10 righe si fornisce un'opinione e magari ci s'infila una citazione e qualche gossip. Di certo lasci chiusi nel cassetto i libri di Casetti ed Eco, di Groensteen e McCloud... La recensione da trafiletto serve a fornire quelle 4 informazioni utili al lettore per sapere se il prodotto gl'interessa e se vale la pena comprarlo. Chi fa bene questo lavoro, non è un bravo critico, ma un bravo giornalista (o scrittore, o recensore). La BUONA recensione si avvicina all'analisi, e allora si allunga. Parecchio.

Il discorso di Barbieri, poi, aggiunge una verità di fondo. Il fumetto, in Italia, vive un gap... questo implica che una rivista di critica sul fumetto non viene neanche presa in considerazione da un editore. Diciamola tutta: con 300-400 fumetterie in tutta Italia, un piccolo-medio editore quando vende 500-1000 copie di un albo grida al best-seller. La critica fumettistica non ha mercato fuori dal web. Nel web, invece, non riesce a sfruttarlo. Di siti sul fumetto ce n'è anche troppi, una fusione potrebbe permettere una crescita degli introiti pubblicitari.

Ciao Gianni!

Giuseppe

Chiedo scusa, non voglio far polemiche, ma visto che mi si tira in ballo, allora devo dire a Valentino che ha le idee abbastanza confuse. Rileggi il tuo ultimo intervento e ci troverai un bel po' di contraddizioni.. Ribadisco il mio pensiero: la recensione è l'arte per eccellenza della critica, in qualunque settore (cinema, letteratura, fumetto, musica, etc.). Può essere brevissima, breve e lunga, ma contiene sempre almeno tre elementi: informazione, analisi e giudizio. La recensione è per definizione un giudizio di valore, positivo o negativo. Questo discorso comunque non è quello iniziato dalla provocazione di Tito Faraci e ci porta quindi fuori tema...

In effetti sto un po' perdendo l'orientamento. Ma forse era inevitabile che il discorso si allargasse e si diramasse in tanti rivoli.

Io me ne sto della disamina di Pollicelli che trovo puntualissima anche se il finale è piuttosto catastrofico e non ci credo. :-) Grazie Tito!

Il mercato italiano dei fumetti è uno dei più grandi del mondo, ma non il più grande. Grande come dimensioni, se consideriamo prodotti Bonelli, Astorina e Disney, ma tutto il resto (come i supereroi, per esempio) vive confinato in una ristretta nicchia di appassionati. Tutti sanno chi è Superman, ma magari pochissimi sapranno che Superman è anche un fumetto, la cui serie esce regolarmente in edicola.
Mercato grande, sicuramente. Cui, però, non corrisponde una base di critica. Il motivo è semplice: in Italia il fumetto viene percepito in una dimensione alla quale viene associata una bassa base culturale. Un prodotto di puro svago, una forma di letteratura di serie B. Una mentalità che ci portiamo dietro da anni e che non riusciamo a scrollarci di dosso.

Tutto giusto, AC. Come è giusto, da parte di chi come me i fumetti li produce, fare un minimo esame di coscienza.

Il problema principale è vincere la mentalità che attualmente condanna il mondo del fumetto. Fino a quando sarà percepito come qualcosa per bambinetti, le cose non cambieranno. Editori ed autori devono fare la loro parte. Devono cominciare a bussare alle porte che oggi consentono tranquillamente a prodotti come quelli Disney o Bonelli di raccogliere saltuarie apparizioni sui giornali o sulle tv. Ma devono anche proporre il fumetto ad un prezzo più popolare. Oggi, purtroppo, molti fumetti presentano un costo nettamente superiori alle possibilità di acquisto dei giovanissimi e anche dei meno giovani, i quali, avendo magari famiglie a carico, non possono permettersi di spendere 15 o 20 euro per un bel volume di fumetti, perchè con quei soldi deve essere fatta la spesa giornaliera. Mettiamoci pure che il nostro è un Paese dove si legge poco. Un inedito di Tex che vende circa 300.000 copie è un successone, che meriterebbe di essere sfruttato meglio di come viene fatto ora. La realtà, purtroppo, è che i mezzi di informazioni (tv e giornali) non amano parlare del fumetto, visto come una passione per i più piccini. Se a volte avviene, i soli prodotti menzionati (come è accaduto questa mattina per una bella trasmissione su Rai3) sono solo quelli Bonelli e Disney, con saltuarie menzioni di Gipi e Becco Giallo. E il resto? Occorre chiedersi: ma chi ha preparato quella trasmissione era edotto della esistenza di altre realtà? Di Superman e dell'Uomo Ragno è stato detto solo che i loro alter ego sono giornalisti. Poi nulla. Insomma, per dire che oggi esiste una barriera culturale, molto radicata, che condanna e confina il fumetto in una dimensione di secondo livello. Una brutta abitudine, che purtroppo ci portiamo dietro da decenni. Cosa fare? Il cambiamento dovrebbe partire dalle realtà più grandi. Dalla Bonelli, che in questi giorni sta proponendo Caravan (un fumetto decisamente innovativo), dalla Panini Comics, che sta ben sfruttando i diritti di Naruto. E che dire dei manga? Fino a qualche anno fa il boom. Ora l'interesse sembra essere un po' calato, perchè, come al solito, tanti cartoon giapponesi, come accadeva 20 o 30 anni fa, non vengono trasmessi in tv perchè giudicati violenti! Fino a quando ragioneremo in questo modo, non andremo avanti. Tranne eccezioni come Naruto e Dragon Ball, tutto il resto della produzione televisiva investe in cartoon giudicati innocui, confinando tutto il resto al microcircuito dei dvd. Un cartone animato d'epoca come l'Uomo Tigre non si vedrà mai sulle reti Fininvest. E lo stesso dicasi per un Jeeg Robot d'Acciaio. 30 anni fa erano ritenuti violenti! Mah! E pensare che i telegiornali ogni giorno ci rifilano solo immagini e servizi che parlano di violenza (assassini, stupri, ecc.), però nessuno dice niente. E che dire di Mazinga Z, interrotto a furor di popolo, perchè ritenuto violento? Attenzione, parliamo di Mazinga Z, un cartone che oggi un bambino di 10-11 anni, abituato ai colpi di Dragon Ball, riterrebbe noioso. Insomma, è la mentalità che ci portiamo dietro che non fa crescere il fumetto e tutto quello che ruota intorno. Tutti dovremmo fare un esame di coscienza. Editori, autori, lettori, produttori televisivi.

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