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Prendendo un ostaggio

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Nel romanzo che sto leggendo oggi, a un certo punto una dura e scafata poliziotta di Chicago per tutta una serie di ragioni prende in ostaggio un tizio, lo costringe a salire in macchina e, messasi al volante, guida tenendo - contemporaneamente - l'ostaggio sotto tiro, con una pistola puntata all'orecchio. (L'orecchio dell'ostaggio, intendo.)

Alzo gli occhi dal libro, borbottando: "Che assurdità! Quante mani ha? Tre?"
Mi accordo subito dopo, riflettendoci meglio, che non è un'assurdità totale. Le auto americane di norma hanno il cambio automatico. Due mani forse bastano. Però bisognerebbe essere dotati di vista laterale. Voglio dire: o guardi la strada o guardi l'ostaggio.
Sarebbe stato meglio che lei avesse messo lui al volante, obbligandolo a guidare con la pistola puntata addosso. Magari tenuta bassa, sotto il livello dei finestrini, per evitare il rischio di essere vista da fuori. 
Non è che questo sistema me lo sono inventato adesso. È una situazione che ho già messo in scena, e più di una volta.
Il punto è che sceneggiare un fumetto significa immaginare, studiare una sequenza in modo che poi funzioni visivamente, disegnata. Ed è forse per questo che quel passaggio, nel romanzo, mi è subito sembrato una stonatura. Mentre leggevo, non potuto evitare di farmi un'immagine mentale. Deformazione professionale.

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Commenti

Cambio automatico e cruise control. Non chiederemmo di meglio se dovessimo prendere un ostaggio. A Chicago, se rapissimo qualcuno gli chiederemmo se è vero, come abbiamo letto, che in città è preparata la miglior pizza del mondo ( alla fine dell'ottocento, un commando di cittadini chicaghesi prese in ostaggio centinaia di pizzaioli immigrati dalla terra di Masaniello )Eppure. Al posto di guida, la scafata pulotta di Chicago, mano sinistra sul volante, mano destra sulla pistola infilata nell'orecchio dell'ostaggio. Se il tragitto è lungo, come è possibile accendere la radio e sintonizzarsi su una stazione che trasmetta della musica anni settanta, come in ogni film di Tarantino?
Una sbirra senza vista laterale è certa che il suo ostaggio non si sta ribellando perchè non si muove, non muove nemmeno un muscolo, in particolare quelli del collo. Un'ipotetica pallottola sparata dalla poliziotta, dura e scafata, dovrebbe attraversare le due orecchie e proseguire la sua corsa oltre il finestrino laterale destro.
Contiamo le opzioni: 1) poliziotta chicaghese ed ostaggio corrono per le strade della città del vento, in un silenzio irreale, cristallizzati in una posa che ricorda alcune composizioni stilizzate di Haring 2) la poliziotta chiede all'ostaggio di accendere la radio e trovare il super sound anni 70 di K-Billy, ma il movimento involontario del passeggero fa partire un colpo che trasforma il romanzo in una citazione della scena di Pulp Fiction in cui Travolta accidentalmente uccide un ostaggio - sarà possibile, prima o poi, scrivere qualcosa che ricordi il lavoro di Quentin Tarantino ? Mah .
3) i due viaggiano per ore senza accendere la radio, ipnotizzati dal cruise control, e si fermano, esausti, davanti ad una pizzeria. Entrano e consumano un paio di ettari di Margherita doppia mozzarella di bufala ed un treno di birra rossa. Al momento di estrarre la carta di credito, la poliziotta è talmente cotta da lasciare la pistola nell'orecchio dell'ostaggio a sua volta talmente bollito da non accorgersene. Dimenticano di lasciare la mancia. Peccato perchè ci piace il lieto fine.

Ecco perchè i miei buchi di sceneggiatura erano regolarmente sgamati dal disegnatore, che doveva metterli sulla pagina.

La soluzione è farsi dei disegnini, anche rozzissimi e minimali. Aiuta molto capire.

Interessante, anche perchè riconduce ad una domanda che mi sono sempre posto: fino a che punto può essere spinta la cosiddetta "sospensione dell'incredulità"? Esiste un confine oltre al quale la licenza narrativa si tramuta in implausibilità? Sono domande retoriche lo so, però il tuo post mi conferma che non sono il solo a porgersele.

Giusta osservazione quella del cambio automatico, ma lo scrittore avrebbe dovuto precisarlo; così come stanno le cose il dubbio rimane.


"Il punto è che sceneggiare un fumetto significa immaginare, studiare una sequenza in modo che poi funzioni visivamente, disegnata."
Verissimo, ma anche scrivere un libro significa immaginare (o no?), la sequenza deve funzionare comunque, deve essere in ogni caso studiata perché il lettore la visualizzerà nella propria mente e si accorgerà che non va 99 volte su 100.


Ci tengo a precisare che non voglio sminuire i professionisti; è sicuramente deformazione professionale, ma, mi permetto, potrebbe essere anche che in quel momento sono dei lettori e, in quanto tali, sono terribilmente esigenti e perfezionisti ;-)

Forse in effetti la professione che faccio mi induce ad abbassare la soglia della sospensione di incredulità. Forse, dico, per un lettore "normale" (virgolette d'obbligo) quella scena sarebbe scivolata via. Forse.

Anche se in generale ti do ragione, Filippo, ti faccio un appunto sulla questione del cambio. Dato che in America la norma è il cambio automatico, sarebbe stato casomai doveroso indicare se NON lo fosse stato. Così come, in Italia, se io non faccio precisazioni si intende che il cambio sarà non-automatico.

Sono d'accordo, Tito, hai ragione, ritiro ciò che ho detto sul cambio automatico.

Ne "Il grande sonno" Chandler faceva fare cose mirabolanti ad un Marlowe con le mani legate DIETRO la schiena, tipo tirare dei sassi ad una certa distanza e fare a pistolettate con un gangster...

Non mi pare deformazione professionale ma un ottimo modo di leggere. Chiunque dovrebbe farsi la stessa domanda.
Probabilmente nel fumetto non sarebbe accaduto, 1-0 ;)

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