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Con la rete sotto

Solveig

Ho avuto parecchi editor. Con alcuni è nato anche un rapporto di forte e sincera amicizia, con altri ho avuto relazioni più ardue. Ma sono stati tutti importanti, necessari.
C'è chi pensa che un editor sia una specie di ostacolo alla libertà di espressione. Be', secondo me questo qualcuno non sa di che cosa sta parlando.
Senza un editor io mi sentirei perduto e sperduto. Come un trapezista, a trenta metri di altezza, senza la rete sotto. Rischierei di farmi male o, peggio ancora, di non avere il coraggio di osare un volteggio più difficile, un esercizio mai provato prima. Sarei bloccato. Di fatto, meno libero.
Alla fine di un bel romanzo appena letto, trovo un ringraziamento da parte dell'autore a un tizio che questo romanzo glielo ha fatto riscrivere tutto. Immagino che non sia stato divertente, in quel momento. Però quel ringraziamento suona sincero, credibile. E non è il primo del genere che leggo.
Posso capire.
L'importante è che l'editor sia qualcuno che stimo, che rispetto. Con cui io possa (anche) discutere. In questo senso, posso dire di avere avuto una carriera fortunata. Sinceramente.

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Commenti

Quando leggo interventi come questo, il mio cuore si avvita. Sono laureato in editoria, ho fatto una tesi sulle case editrici di fumetti e fare l'editor era il mio sogno. E lo è ancora. Ma la vita porta altrove, le necessità finanziarie impongono decisioni a volte obbligate e lavorare gratis per un tempo indefinito (come mi si prospettò nel mondo dell'editoria) non era una scelta sostenibile.
Però, cavolo, quel tarlo mi rode ancora. E quando leggo un testo in cui si nota un editor latente...grrrr! :)
Perdonate lo sfogo mattutino.
P.S. Approfitto dell'argomento per rilevare come in Bonelli (forse a causa dell'eccessiva mole di pagine pubblicate) si comincino a vedere errori finora inconsueti: sulla posta dell'ultimo NN, per esempio, "luglio" e "agosto" sono scritti con la maiuscola...e ho letto diversi "sé stesso" in vari albi...peccato.

Sulla questione "se stesso" c'è un certo dibattito. Anch'io resto del partito di chi non mette l'accento, ma riconosco le ragioni di chi sostiene che è un usanza non giustificata e antiquata.

La perplessità mi resta: finché ne discutono due accademici della Crusca, mi sta bene. Ma di fatto oggi quello rimane un errore grave (su Einaudi, per dire, non ho ancora visto nulla di simile). Ma ora parliamo d'altro, altrimenti i nostri 25 lettori si ammorbano! :)

Io l'accento su "sé stesso", come consigliato da Tullio De Mauro, lo mettevo, lo metto e continuerò a metterlo. E fa niente se i revisori continueranno a togliermelo (come è capitato negli ultimi due libri che curato. Ebbene sì: ci sono gli editor ma ci sono anche i revisori di bozze, perfidi individui dal potere subdolo). Ma la mia è una battaglia di principio, perbacco! Una questione di diritti umani, di libertà civili e di qualcos'altro che adesso non mi viene in mente.

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