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Grossi problemi


Scrivpersoldi

"Accidenti, ho un grosso problema... questa sparatoria! Avrei dovuto mettere più banditi messicani, a inizio storia. Sono rimasto un po' a corto. E adesso come faccio?!"

"Oggi anch'io sono nei guai. Devo rivedere la spiegazione finale. Bisogna tagliare almeno una pagina."
"Mmm... qui uso un primo piano o è meglio stare un poco più larghi, lasciando vedere lo sfondo? Ci sto impazzendo. Non riesco a decidere!"
"In quante vignette si fa uno svenimento?"
"Aiuto, c'è una brutta ripetizione! Mi serve subito un sinonimo di 'fegato', che però suoni naturale..."


Eh, sì: sono problemi. 
Soltanto per noialtri, però. 
Sfido che poi finiamo per frequentarci solo fra di noi. Possiamo permetterci il lusso di lamentarci di cose così. Di preoccuparci e, addirittura, di rovinarci le giornate. Ma il resto del mondo, pieno di gente che - per dirla come Nick Hornby - fa "un lavoro vero", non potrebbe capire. Non potrebbe perdonare, forse.


Commenti

Eheh! Anch'io un po' di tempo fa ho pubblicato sul blog la risposta di un editor che anche tu conosci bene a una mia mail lavorativa:


Wof!

Suggerisco anche “Arf!”, se dovesse servirti.

Quella del rimanere a corto di banditi messicani è belissima.

Più che altro è vera.
Accidenti, sì.

Su questa cosa del «perdonare» mi pare ci sia grossa confusione.
C'è un senso comune antico e duro a morire secondo cui il lavoro non può che essere quello delle mani e dei muscoli – e l'attività intellettuale può essere, al massimo, un hobby. Eppure siamo nell'Italia del design, dell'eccellenza, dell'alta gamma, no? Siamo nell'Italia dove la produzione si delocalizza ma si mantiene il controllo dell'atto creativo, no?
Non c'è niente da farsi perdonare, nel praticare un lavoro intellettuale. Accidenti.

Bravo, Guido. Quello che scrivi è verissimo. Quella che "lavorare di testa" non sia un vero lavoro è una convinzione più diffusa di quanto si possa pensare. Pochissimi giorni fa, alla Fiera del libro di Torino, ho avuto una discussione al riguardo insieme a un caro amico - il mio migliore amico - il quale, dopo decenni di lavoro intellettuale che lo ha portato a dirigere una delle più importanti casi editrici italiane, così si lamentava: "Avrei dovuto fare il contadino o il fornaio o l'operaio o il medico, perché quelli sono mestieri utili al prossimo." E volendo controbattere, gli ho detto così: Che la storia della vicenda umana, la storia della nostra comparsa su questo pianeta, è ed è stata scandita, certo, dalle scoperte, dalla tecnologia, dalle macchine, dalle medicine che abbiamo inventato, dal cibo che abbiamo imparato a cucinare. E come no.
Ma è stata scandita anche dalle storie che gli uomini hanno inventato e che si sono raccontati e che dopo aver imparato a leggere e scrivere, si sono tramandati nei secoli. Non saremmo chi siamo senza aver imparato a coltivare la terra e a combattere molte malattie. Ma non saremmo gli stessi se qualcuno non avesse inventato anche la Commedia e la Tempesta.
E scendendo di parecchi gradini, anche le piccole storie che i miseri scribacchini che noi siamo scriviamo per pagare l'affitto, aggiungono un pezzetto di storia alla vicenda umana. Magari solo perché hanno regalato un quarto d'ora di serenità, o un sorriso o un piccolo ragionamento.
Mio papà, che di mestiere piegava la lamiera, sarebbe contento (credo, spero) di sapere che io di mestiere invento storie. Il mio amico, invece, è rimasto della sua idea. Vorrà dire qualcosa.

Caro Fausto,
una bella risposta, che mi apre il cuore.

Allora è vero che:
a) siamo stati fortunati, noialtri.
b) ma è stato fortunato pure il resto del mondo, ad avere (anche) noi.

Io leggendo Nick Hornby che parlava di "vero lavoro" (quello degli altri, non il suo) sulle prime ci sono quasi rimasto male. Ma l'intento era ironico, chiaramente. E conteneva comunque una realtà: "vero" stava per "normale". E il nostro è così straordinario da sembrare, dal di fuori, incredibile, irreale. Così come i molti, straordinari problemi che comporta.

Ciò non toglie (ma è un'altra questione), che lavorare in fabbrica - come i nostri padri hanno fatto, Fausto - è peggio.


Ormai non so più che vuol dire "lavoro vero", ne nasce uno ogni giorno. Giusto?

Piegare le lamiere in fabbrica o seminare nei campi E' comporre una commedia sulla tempesta. Ecco perchè Charles Bronson, magnifico tra sette, tesse le lodi di un padre contadino al figlio che preferirebbe una vita da pistolero. Nulla di più intellettuale, intimo e profondo di una routine spesa senza scosse, giorno dopo giorno, per portare a casa il pane.
E' invece solo lavoro di muscoli quello prodotto dagli Shakespeare e dagli scribacchini. Sangue, sudore e lacrime come carburante ( anche per quelli come Hornby che fanno finta di viaggiare a doppio malto ). Tonnellate di messicani sacrificati sull'altare della spettacolarità. Spiegoni spiegazzati ( ha ragione De Gregori:non c'è nulla da capire ) mentre un fegato fatto della stessa materia dei sogni è sinonimo solo del coraggio da Leone necessario per far durare uno svenimento quanto il duello tra due modi di raccontare: quello del contadino e quello del poeta.

Chiedo scusa a Tito per la lunghezza del post.
stamattina ho fatto un sogno, e non appena sveglio l'ho trascritto, era imperdibile.
Mi trovavo sul Naviglio pavese (dove vivo), a fare 4 passi, una sera qualsiasi.
A un certo punto, provenienti dal lato opposto, incrocio Tito e Hugo Pratt (sic!) che stanno chiaccherando tra loro.
Li riconosco e, scusandomi per averli interrotti, chiedo loro un autografo. Scambiamo qualche frase, rimettendoci a camminare. A un certo punto Pratt mi dà un compito: mi detta tre frasi, che io devo riscrivere sotto forma di brano narrativo.
Le frasi sono: "stavo tornando indietro per chiedere di farmi cambiare incarico. A metà strada mi bloccai: avevo capito che il pezzo principale era il figlio del barbiere" (SIC!)
I due autori continuano a passeggiare, io li seguo a pochi passi di distanza, cercando di svolgere il compito nel miglior modo possibile.
Arrivati all'altezza di Viale Tibaldi Pratt e Tito girano, sempre con me dietro. Il maestro di malamocco propone di entrare in un bar a prendere qualcosa. Accettiamo entrambi, ma Pratt mi impedisce di sedere al tavolo con loro due prima di aver finito di scrivere il mio pezzo.
Alla fine, io mi accomodo nell'atrio del bar, su un tavolino, e i due fumettisti si siedono comodamente, davanti a due birre ghiacciate.
Pratt non mi degna di uno sguardo, invece Faraci lancia ogni tanto un'occhiata verso di me, pensando che, per quanto volenteroso, non sono ancora in grado di irrobustire una trama.

Poi mi sono svegliato. Mi scuso se vi ho annoiato, ma è stato un sogno così strambo che lo volevo raccontare ad uno dei protagonisti...

Urca!
No, non mi hai affatto annoiato.

Pensavo che neanche in sogno avrei potuto stare al fianco di Pratt, e invece...

Premesso che faccio parte della categoria dei lavoratori "di testa" e ho pure il coraggio di lamentarmene quotidianamente con la mia compagna, che si deve alzare alle cinque di mattina per andare ad un lavoro in cui si spacca la schiena (e lei mi consola pure, invece di darmi un calcio in culo!), dalla prima volta che le ho lette mi sono rimaste impresse queste saggie parole di Leonard Cohen:
"Non mi piace l'autocommiserazione dell'artista, la sua bramosia di suscitare pena e simpatia raccontando quanto sia dura fare l'artista. E' forse più duro che lavorare in una miniera in Bolivia? Perché parlare sempre di sciocchezze, quando si dovrebbe ringraziare il signore per averti dato un lavoro piacevole? Certo che è difficile produrre parole in eterno, ma è molto più facile che produrre sudore su questa terra. Quando sento un artista lamentarsi mi vien da aprire il cassetto ed estrarre il mio revolver. Il grande problema di tutti noi è consideriamo l'arte più di quello che effettivamente è. La eleviamo ad altezze che non le competono, a giochi ridicoli: l'arte di parlare dell'arte. Dovremmo limitarci a produrre lavoro e lasciare che siano l'applauso e l'amore della gente i migliori e unici giudici. Tutto il resto sono autocommiserazione, vanità danzante, egocentrismo, preoccupazioni inutili. L'arte non è religione, a certe altezze accusa capogiro."

Bellissima citazione, Tommaso.
Fin dal primo post di questo blog, ormai quasi un anno fa, ho dichiarato la mia spiccata insofferenza verso certi atteggiamenti da artisti maledetti (e piagnoni).

È un lavoro, è vero. È difficile, importante, merita rispetto. Ma non dimentichiamoci mai che praticarlo è una fortuna, un privilegio.

Attualmente svolgo un lavoro "vero" dopo avere svolto per anni un lavoro "quasi intellettuale". Posso dire che non c'è niente di nobile nell'alzarsi alle 5.30 del mattino e perdere un totale di 13 ore al giorno (fra viaggio e turno) e spostare dei pesi da un posto all'altro. Perchè l'operaio questo fa. Fondamentalmente sposta oggetti che pesano. E chissenefrega che portiamo avanti la catena produttiva. Io vi invidio, per poter parlare di banditi messicani e poterci pagare l'affitto, beati voi, anche per la paga, che 950 euri al mese non bastano neanche a immaginarla, una vita serena.

Lasciamo perdere la questione su quale lavoro sia più nobile. Ciascuno la vede a modo suo. Però una cosa a me è sempre parsa certa, ossia che la classe operaia - finché c'è stata, con la sua massa enorme e la sua forza immensa - rappresentava qualcosa che andava molto al di là della sua stessa dimensione. Era qualcosa che investiva l'intera società. L'operaio era esempio per tutti, dallo scolaro all'avvocato. L'operaio era l'abnegazione e la solidità, il coraggio e la dignità. Ai tempi della classe operaia, l'Italia era un Paese migliore - magari non più ricco di adesso, certamente non più pacificato di adesso. La gente era migliore anche perché gli operai erano lì a ricordarci l'importanza della collettività, dell'insieme. Tiravano fuori il meglio da tutti.
Ora siamo un popolo di partite IVA. Non voglio dire niente. Anch'io sono una partita IVA. L'Italia di adesso non mi piace. Mi piaccio poco io stesso.
Ho dato uno sguardo al tuo blog, jester. Sì, in effetti tu dovresti fare ben altro che spostare pesi. Ti auguro di riuscire a fare quello che sogni di fare. Non ti conosco, ma credo che te lo meriteresti.

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