Successivo » « Precedente

La grande domanda

Question-1


Una volta, quando ero agli inizi, il problema non era trovare qualcosa da raccontare. Per ogni storia di un dato personaggio che scrivevo, ne avevo almeno un altro paio per la testa. Così, per esempio, mi presentavo alla redazione di Topolino con tre soggetti alla volta, e ogni tanto passavano tutti. 
Il problema, semmai, era come sceneggiare quelle storie. I miei strumenti del mestiere erano ancora nuovi, impacchettati, e senza istruzioni per l'uso chiare. Mi muovevo fra mille dubbi, con mille cautele. Sebbene, alla fine, fossi costretto a correre per ragioni - come dire? - alimentari.

Oggi la situazione si è ribaltata. Il problema è trovare qualcosa di nuovo da raccontare. Qualcosa di nuovo per me, intendo. Qualcosa che io non abbia già raccontato.
I soggetti non sono più lì, a portata di mano. Vanno cercati con fatica.
Per fortuna, l'aiuto mi arriva proprio da quegli strumenti. Quando riesci ad usarli con una certa sicurezza, puoi inventarti nuovi modi di raccontare. 

Ma in fondo la grande domanda è: dove si trova, di preciso, la linea di confine fra il cosa e il come di una storia?

Commenti

Recentemente ho letto un episodio de "Un ragazzo nel Far West" scritta da G. L. Bonelli, la cui trama di base era identica a quella di altre storie di Bonelli scritta per altre tre serie : Tex, Kociss, Za La Mort. E parlo solo delle serie che ho letto io, non mi stupirei avesse ulteriormente riciclato lo stesso canovaccio in altre occasioni. Il riciclare vecchie idee era talmente poco un problema per l'autore che non si dava neanche la pena di cambiare il nome agli avversari degli eroi, invariabilmente "I figli del Sole". Anzi, su Tex vedremo in azione almeno ben tre diverse tribù de "I Figli del Sole" e anche la trama di base (montagna misteriosa + popolo misterioso) sarà buona per almeno un altro paio di storie. Eppure il minimo che si possa dire di tutte queste storie "fotocopia" e che restavano tutte perfettamente godibili, fresche e divertenti. Se Bonelli le scriveva SOLO "di mestiere", la cosa non traspare.
Cosa significa questo? Boh... forse che uno come Bonelli, almeno a quei tempi (ma gli ultimi “Figli del Sole” sono in una delle sue storie più tarde), la “grande domanda” non si sognava nemmeno di porsela: tra il come e il cosa non c'era distinzione di sorta. Mi sa che la prima volta in cui un fumettista ha iniziato a porsela le cose iniziavano a farsi più complicate per gli addetti ai lavori .

Certo che in Tex il COME è davvero importante!

Per quanto riguarda specificamente le storie del Topo, quello esposto da Tito è un problema esistenzial-lavorativo che - mi pare di poter dire - affligge l’ultima generazione di autori Disney, gruppo del quale Tito fa parte, così come Bruno e Francesco (e anch’io, del resto, benché su un livello assai più modesto rispetto a questi Tre Grandi - nel caso di Enna, anche Grossi).
Fino a diversi anni fa la questione praticamente non esisteva. Esclusi, ça va sans dire, i Maestri, il problema del “che cosa” raccontare era del tutto marginale. E, per di più, veniva del tutto assorbito dal “come”. Ovvero: L’idea è più o meno sempre la stessa, quello che c’è da cambiare lo cambierò direttamente in sceneggiatura.
Pertanto (parlo da antico lettore di Topolino), leggevi una quantità infinita di storie-fotocopia divise per grandi filoni (Archimede e l'invenzione che prima funziona e poi non funziona più; Paperino e Paperoga che fanno tanti disastri; Paperone e Rockerduck che si fanno la guerra e poi vince Paperone e Rockerduck si mangia la bombetta; Paperino che è tanto sfortunato ma poi si scopre che è anche un pochino fortunato; Gastone che è fortunatissimo e alla fine si scopre che è sempre fortunatissimo).
Non c'era niente di male, intendiamoci. Il pubblico, anzi, sembrava amare molto questo genere di racconti, forse li trovava rassicuranti nel loro invariato e invariabile svolgersi.
Poi, le cose sono cambiate. Sono cambiati gli stili e i modi del raccontare. E anche l'autore disneyano è stato, per così dire, costretto a variare modi e stili. Ha dovuto re-inventarsi, documentarsi, contaminarsi. Non c'era più niente di facilmente raccontabile. È diventato, in una parola, tutto più complicato. Più competitivo - se mi si passa un termine che mi fa intorcinare le budella.
Non ho difficoltà a dire che “una volta” (quell’epoca mitica e indefinita a cui tutti, presto o tardi, si fa riferimento) fosse più facile. So che non tutti saranno d'accordo. Specie gli appassionati-tifosi da Curva Nord Disney - quelli per cui il “senso” della passione si riassume nell’imperativo: Anzitutto, Fischiare e poi Rimpiangere. Ma sono certo che (esclusi, ça ri-va sans dire, i Maestri) scrivere per Topolino è diventato oggettivamente più difficile.
Sempre che uno abbia in mente di farlo con onestà e anche per passione e non solo (e non tanto) per mantenere il proprio fatturato. Raccontare per vent’anni sempre la stessa storia non è più possibile. Ma non so dire se questo sia un bene o un male. Personalmente, non credo che sarò in grado di scrivere per vent’anni. Non credo sia più possibile per nessuno. Ma forse mi sbaglio, forse sono solo io.

No, siamo in più d'uno a pensarla come te.

In particolare, per me vale per Topolino, oggi. Se non ho nulla di interessante e "nuovo" (dal mio punto di vista, almeno) da scrivere, faccio altro. Quando scrivo una storia di Topolino, è perché per me è importante. Perché ne vale la pena.
È un "lusso" che ho la fortuna di potermi permettere lavorando anche ad altre cose.
Forse bisognerebbe essere davvero "liberi professionisti", il che è incompatibile con l'avere un unico cliente.

Ma ognuno ha la sua storia. Questa è la mia. Non ne voglio farne un esempio, una regola.

Ennio de Concini diceva ai suoi allievi di scrivere ogni storia come fosse un giallo.
Noi proponiamo di raccontare questa COME un western. Il western è un COME che trotta o galoppa.
Prima dei titoli di testa, lo storyteller non ha un filo di grigio nei capelli incolti come quelli di Paperoga. Anche senza provocazione, estrae la penna con un movimento fluido ed elegante e scrive - non sa da dove arrivi l'ispirazione e non gli interessa.
Se è vero che si scrivono solo libri in risposta ad altri libri, lo storytelller ingaggia un duello dietro l'altro con altre young pens. Può entrare in una posse se vuole, ma non è detto che voglia.
Il sole non tramonta mai. Non esiste abbastanza inchiostro ad est di Nogales ed a nord della valle dei Timbales per viaggiare da un capo all'altro dell'universo dentro la zucca del fuoridizucca.
Quando comincia il secondo tempo, però, lo storyteller ci mette qualche secondo in più per estrarre la sua stilografica - nel tempo che intercorre fra l'espulsione del cappuccio ed il contatto con la carta, sono state valutate le opzioni. Il duello, l'unico che conti, è con la persona che lo guarda, ironico, dallo specchio appeso tra un paio di premi.
Il finale di partita vede uno storyteller dal toupet onestamente grigio - corda sospesa tra John Wayne e Sergio Endrigo - intriso di consapevolezza: la storia è sempre quella/fai merenda con Girella.

E qui ci fermiamo, anche se è forte la tentazione di alzare le braccia al cielo, estrarre, rapidi , la Bic che riposa contro la nostra schiena e srotolare un abbozzo di trama in cui
Emilio Estevez ruba un carico di mont blanc da un treno, lasciando falsi indizi che porterebbero a Toro Farcito, ma Drigo the Duke - bounty killer e folk singer - non ci casca e lo insegue tra Nogales e Timbales, forte della sua filosofia secondo la quale per fare tutto ci vuole un fiore...
mai la fine

Arrivo in ritardo, ma ho la scusa del peso (e ringrazio Fausto per averlo graziosamente fatto notare). Per quanto mi riguarda, un tempo avevo un sacco di idee, ma non possedevo un grande Spirito Critico. Scambiavo per vulcanico un cervello confuso, pieno di cazzate, di idee quasi buone e di altre meno buone. Oggi ho messo ordine, ho spazzato via il ciarpame e trovato un sacco di posto libero. In fondo, in un angolo del suddetto cervello, sono rimaste solo poche idee, che il mio affilato Spirito Critico considera tutto sommato valide (anche se attende di metterle alla prova). Devo ammetterlo: mi piaceva tutta quella confusione generata dalla necessità e dall’ambizione. Vivevo una sorta di perenne brainstorming interiore, di follia visiva e verbale. A volte, forse, confondevo quella follia con la passione (e invece quella, per mia fortuna, è rimasta intatta), ma era uno stato confusionale tutto sommato piacevole. Il mestiere e il suo amico Spirito Critico oramai hanno livellato tutto, reso l’ambiente asettico e meno divertente. Ogni tanto mi siedo e guardo quelle quattro idee “buone”. Loro sorridono, preoccupate. Temono che dietro il mio sguardo si nasconda lo Spirito Critico e che quello le sfrondi ancora un pochino, rendendole sempre più piccole. Io sorrido, benevolo. Poi mi volto e guardo il vuoto.

Purtroppo per me (ok, praticamente da novizio) non è il saper cosa dire, mi rispecchio nella prima parte di quanto detto da Tito, ovviamente tenedomi a debita distanza e con molta umiltà, ma in questa momento ( non sono nella condizione di poter giudicare la situazione della casa del Topo) è l'impossibilità materiale/oggettiva ad essere giudicati e quindi apprezzati o scartati. In pratica non c'è il confronto, la chiusura è totale

Scrivi un commento