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Gabbie

Dog_cage_big24

Il fumetto non è un linguaggio. Non credo che sia giusto definirlo così. Ma di certo ha un linguaggio. Come ne hanno uno il cinema, la letteratura o il teatro, per esempio.

Più e meglio conosci questo linguaggio, più hai padronanza della tecnica... più e meglio riuscirai a esprimerti.
C'è chi pensa che la tecnica porti al rispetto sacrale delle regole. Secondo me, invece, spesso aiuta a violarle (se vuoi farlo).

Ti mostra dove sono i confini, quali sono le strade. Ti impedisce di vagare alla cieca, magari convinto di andare dove vuoi tu, senza renderti conto di stare muovendoti dentro una gabbia. Una gabbia che potresti aprire, se solo tu sapessi - se solo tu vedessi - dove è la porta.

Talvolta noto autori giovani, pieni di invidiabile energia e di sana voglia di spaccare tutto, che poi propongono cose di un'ortodossia deprimente. Lavorano per mercati in cui, almeno in teoria, avrebbero il massimo spazio autoriale... e, accidenti, sembrano molto più imbrigliati di quelli che loro considerano "mestieranti". 
È una faccenda che ormai ha smesso di sorprendermi. Ma non di inquietarmi un poco.

Commenti

Se è vero, come sentenzia Nero Wolfe, che gli unici segreti al sicuro sono quelli che abbiamo dimenticato, è possibile che non spiccheremo mai da gabbie di cui non sappiamo di essere prigionieri.

Bonjour!
Il fumetto ha un linguaggio, come il cinema, la letteratura, ecc.; ma spesso qualcuno, magari adattando per lo schermo una graphic novel o, viceversa, traendo una storia a fumetti da un film di successo, se ne dimentica. Ormai è una consuetudine ridurre in teatro una pellicola cinematografica, un prodotto per il grande scermo (magari un musical) in soggetto tetrale, un romanzo o un racconto di successo (un best seller, un premio pulitzer) in film: molti eseguono l'operazione nel rispetto del linguaggio di ciascun settore, molti altri non ne tengono conto, pensando, per esempio, che se una storia a fumetti è narrata tutta (o quasi) con una voce in didascalia allora dovrà accadere lo stesso nella pellicola che a essa si è ispirata. Il corrispondente cinematografico della didascalia contenente la voce di un personaggio è la voce fuori campo (vfc). Un film di due ore che presenta per un'ora e quaranta minuti una vfc rischia di annoiare (vedi "Sin City"). Per fare un altro esempio da fumetto a film, "V for vendetta" di Alan Moore e David Lloyd e diventato un actio movie! In questo caso i Wachowski Bros. sono andati oltre: non hanno riprodotto fedelmente la graphic novel (e va bene), ma ne hanno completamente stravolto l'atmosfera. E' come se Dylan Dog diventasse un film comico. Non ha senso, pur essendoci un personaggio come Groucho.

@Filippo
mi piace tanto ma tanto il tuo vfc - prima o poi mi creerò un altro alias bislacco al pari di Crepascolo e mi piacerebbe un VocefuoricampoIVA - userei questa nuova maschera per tuonare contro i maghi che non rilasciano la ricevuta ( ti tolgo la fattura, ma non te la faccio ), ma credo che tu sia andato off topic: mi pare che il signor Faraci sia perplesso di fronte ai cartoonists che, sebbene potrebbero osare, seguono strade già battute e tacciano coloro che hanno tracciato il solco di esser poca cosa.

Pardon, mi è capitato di nuovo... Hai ragione Crepascolo, sono andato off topic. Sono contento di essere stato utile per un tuo possibile nuovo alias. Chiedo umilmente scusa a tutti. Comunque sono d'accoro con quanto scritto da Tito e da te. Ciao!

Sì, un pelo OT, come dite voi giovani...

Riuscire a vedere la gabbia è già un gran bel passo avanti. Denota la capacità di fare un ragionamento "meta" su quello che viene agito.
Ho paura, però, che se poi si dovesse spargere la voce e far vedere la gabbia a chi ancora non ha il background per ragionare "oltre", c'è il grosso rischio che qualche buontempone arrivi ad imitare, goffamente e acriticamente, Lucio Fontana e già me li immagino gli editori.....quindi, Adelante, con judicio.

Cantava Viola Valentino: comprami/io sono in vendita/e non mi credere irraggiungibile.
Altri tempi. Oggi il suo paroliere rischierebbe una denuncia.
Se al posto di Viola mettiamo ciò che si annida oltre la porta ( mangiati il fegato,Stan Lee ) , prima di arrivare alla Fontana, ma già fuori della gabbia di uno zinzino, siamo nello spazio di manovra che, in teoria, dovrebbe essere terreno di caccia dei giovani leoni. In teoria.

Ma no, ma no. E' che a tutti piace il bieco conservatorismo, in realtà. I giovani autori che strillano contro i mestieranti fanno solo finta. La verità è che sono invidiosi marci di quanto i mestieranti riescano ad essere biechi conservatori.
E' incredibilmente rassicurante, essere conservatore, e quando il tuo sistema è in crisi - come nel caso del giovane sceneggiatore squattrinato - la sicurezza attira.
Non per niente alle ultime elezione... ma no, ora sono io ad andare OT.

Spero che tu non abbia ragione, mia cara Susanna. Lo scenario sarebbe ancora più avvilente, no?

Un giovine autore, deciso a non mutarsi in bieco mestierante, bussa alla porta di un editore non mainstream. Propone il soggetto di un fumetto dal titolo '' O.T. - Oltre Tradizione ''.

In sintesi: la solita astronave ripiena di pacifici esploratori alieni sorvola il Belpaese.
Alcuni cacciatori, conservatori che non amano l'acqua di Fontana, sparano all'UFO, scambiandolo per un episodio di performing art da Biennale.
Atterraggio di fortuna. Quasi tutti i visitors scappano, si mimetizzano tra la maggioranza silenziosa e si riciclano come scenografi di scenari avvilenti.
Solo il navigatore, rallentato dalle bussole cosmiche che porta a tracolla, non sfugge alla cattura. Se la sarebbe anche cavata con una multa per procurato allarme, se non avesse detto che conosceva strade nuove, sentieri mai battuti. Immediatamente è stato rinchiuso in una gabbia ripiena di ortodossia deprimente, con vista sul mercato autoriale, tanto vicino, ma fuori portata.

L'editore non mainstream trova il soggetto interessante come un dibattito in Senato in una tribuna politica anni settanta sul primo canale RAI, in bianco e nero e consiglia al giovine autore di ripiegare su qualcosa di eversivo come un piatto di linquine al pesto ed inquietante come un cruciverba già risolto, non a schema libero.
Il giovine autore torna a casa e si mette al lavoro. Sta ancora lavorando.

mah, ieri si è scherzato. vogliamo essere seri, ora?
se proponi qualcosa di troppo eccentrico te lo segano tutti meno gli editori che pagano così poco che presto morirai di fame. dopo ti si propone una scelta non facile.
sono stata abbastanza veloce ed elegante? :)

@sraule.
Per quello che può valere, condivido la tua analisi. Infatti è il succo del mio bizzarro, bislacco, bizantino commento.
Flaiano diceva che, in Italia, l'arabesco è la distanza più breve tra due punti. Probabilmente aveva in mente me.

Oggi interverrò poco. Mi sa che non sto tanto bene.

Getto qualche sasso nello stagno.
Ma siamo sicuri che essere innovativi sia sempre e comunque un valore?
Non c'è nulla di più ortodosso di uno sperimentatore ad oltranza. Anche perché il "nuovo" smette presto di essere nuovo (che cosa c'è di più banale, oggi, che scrivere una poesia mettendo una parola per verso?), il classico non smette mai di esserlo (anche se può metterci molto a diventarlo). Il "nuovo" rischia di essere una prigione ancora più costrittiva della tradizione.
Siamo sicuri che "aprire nuove strade" sia *di per sé* meglio che lavorare nella tradizione?
Siamo sicuri che l'Ulysses sia - intrinsecamente - meglio dei Buddenbrook? O piuttosto, l'Ulysses non ha forse senso perché viene DOPO la grande tradizione del romanzo ottocentesco (che, non dimentichiamolo, all'inizio nasce come espressione eversiva rispetto alle regole "classiche")?
Pochi grandi innovatori sono nati tali. Schoenberg, prima di creare il sistema dodecafonico, si sentì in dovere di scrivere un ponderoso trattato di armonia. E Coltrane, prima di lanciarsi in "My Favorite Things", esplorò il vocabolario bebop e hardbop fino a produrre "Giant Steps", che ne è l'estremizzazione. Poi lo distrusse e passò ad altro.
Calvino scriveva che l'unico modo per evadere da una prigione è conoscerne la mappa ("Il conte di Montecristo", da "Ti con zero", 1967). Come scrive Tito, non puoi aprire una porta se prima non ti rendi conto di dov'è.
Certo, c'è chi a 5 anni compone sinfonie e chi a 18 anni scrive "Le illuminazioni", però neanche lì si tratta di nascere dal nulla, piuttosto di precocità, di bruciare le tappe.
Ma i geni sono pochi, i presuntuosi tanti.

Mi è piaciuto molto l'intervento di Sergio. In special modo l'ultima riga.
I presuntuosi (che sono, per conseguenza logica, incapaci di fare ma allo stesso tempo indisponibili a imparare a fare) sono una pericolosa marea montante di questi tempi decadenti. Non è solo una malattia del fumetto, ovviamente. Basti vedere, per fare un solo esempio, chi ricopre l'incarico di Ministro dell'Ambiente. Tuttavia, il fumetto sembra essere diventato, di recente, il pascolo preferito di gente che, ancor prima di fare e di aver fatto, millanta.
Tito ama ripetere un concetto che a me piace molto, ossia che il fumetto dispone di una sua "onestà intrinseca". Vale a dire che se scrivi storie stupide o se non sei capace di disegnare, serve a ben poco aprire un blog in cui strilli ai quattro venti di essere il nuovo Frank Miller. Non ti crederà nessuno.

A me le “briglie” servono. La gabbia non mi sta stretta. Le regole le ho assimilate, ma spesso mi scopro a ripassarle come un ragazzino alle prime armi. Ho bisogno di conferme continue, come un bambino che vuol sentire sempre la stessa fiaba e che scopre, ogni sera, un particolare nuovo nascosto nella voce di suo padre. Quando poi esco dal tracciato, quando ignoro le regole, mi rendo perfettamente conto di farlo e questa consapevolezza mi dà un leggero brivido di piacere. Eppure, se durasse più di un attimo, sono certo che quel brivido perderebbe di significato.

Grazie a tutti. Temevo chissà quali reazioni.
E invece trovo solo commenti interessanti, pacati, perfino ironici.

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