Ci sono questi tramonti, al lago, che sono tardivi e bellissimi. Il sole cala giù dritto davanti a noi, in fondo all’altra sponda, e ci mette tanto prima di scivolare dietro le colline.
Per la verità, ieri non è stato uno dei tramonti migliori. C’era troppa nuvolaglia, e il cielo ha preso soltanto una stitica tinta fra il giallo e il rosa (invece di certi rossi possenti, che non ve li sto a raccontare).
Però era l’ultima volta. L’ultima sera dell’ultimo giorno al lago d’estate. Quest’anno sono rientrato prima del solito, a Milano, e domani vi spiego perché.
Ieri sera, dicevo, ero lì fuori seduto e ho chiuso il thriller che stavo leggendo, per guardarmi fino alla fine quell’ultimo tramonto. Momento poetico da quattro soldi. Se non che, di colpo, ho avuto la percezione che un altro anno fosse passato.
Lo so, sembra banale. È banale. Ma ora come ora non riesco a ricordare, credetemi, un altro istante della mia vita in cui quella percezione sia stata più intensa e pura, e bastarda. Mi sono sentito più vecchio di un anno. Anzi: vecchio, punto e basta. Il tempo che ho davanti si era accorciato, a tradimento. E mentre la malinconia strisciava fra l’erba alle mie spalle, un attimo prima che mi raggiungesse...
Si è materializzato mio figlio Giovanni (anni nove), con un sorriso da cospiratore, proponendomi di fare a metà, lui e io, del Toblerone rimasto. “Okay, affare fatto. Da’ qua.”
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